Questo articolo usa ironia per commentare fatti reali
Sembrava l’ennesimo fenomeno inspiegabile del distretto orafo aretino: lingotti, monili e semilavorati che sparivano con una precisione tale da far pensare a un improvviso sciopero dell’oro stesso.
Invece, secondo le indagini dei Carabinieri di Bassano del Grappa, dietro ai dieci colpi messi a segno tra Veneto, Marche e Toscana ci sarebbe una banda altamente organizzata, tanto da utilizzare auto con targhe clonate e una vera e propria base logistica.
Ad Arezzo e provincia, tra novembre e febbraio, erano spariti oltre 23 chili di argento e preziosi per più di 110mila euro. Una quantità che aveva fatto scattare l’allarme tra gli imprenditori, alcuni dei quali avevano iniziato a contare i bracciali ogni mattina come si fa con le pecore.
Il recupero della refurtiva, per un valore complessivo di mezzo milione di euro, ha però riportato il sereno. Non senza qualche disagio: diversi titolari, dopo aver festeggiato il ritrovamento, hanno scoperto con rammarico di dover tornare a produrre collane, ciondoli e fedi nuziali, rinunciando definitivamente al sogno di vivere raccontando alle assicurazioni di misteriosi “buchi dimensionali”.
Nel frattempo, gli investigatori hanno restituito ai proprietari gioielli, orologi e lingotti, mentre alcuni dipendenti delle aziende coinvolte hanno accolto la notizia con sentimenti contrastanti: «Eravamo già pronti a partecipare a “Chi l’ha visto?” dedicato ai nostri semilavorati».

