Dopo il giallo risolto da Rossi, quello del fungo e del prete matrimonialista, mi ero dimenticato di raccontarvi della Bartalat. Gabart Bartalat: viso grande ma non propriamente asiatico, con tratti orientali; seno prorompente, come due palloni misura 3; e un fondoschiena ben distinto dalla vita, quasi come quelli da misura 4 e mezzo.
Una volta, dal Peccianti Landi, vicino al Giommoni, vendevano palloni di cuoio con camera d’aria in varie misure. Da bambino mi fermavo sempre a guardarli, gonfi, marrone lucido quasi brillante. Per la mia Prima Comunione me ne regalarono uno misura 4, con le cuciture dure che, se non venivano unte, provocavano ferite – soprattutto quando colpivi di testa. Forse è da lì che ho cominciato a perdere i capelli!?
A proposito di capelli, la signora Gabart ne aveva di mossi, neri, che le arrivavano alle spalle. Carnagione non chiara, tendente al marroncino, tipo pietra serena usurata, ma liscia e soda, come un uovo. Non alta, ma con un certo portamento. Occhi neri, trucco occidentale, mani curate – nonostante la passione per il giardinaggio.
Ma la cosa eccezionale era la sua cucina: panzanella come Dio comanda, e petti di pollo impanati, fritti, poi ripassati in tegame con pomarola e capperi. Una donna bella, brava e completa.
Me la immaginavo così, quando mi chiese se l’accompagnavo a Perugia, dalla Spagnoli, per prendere degli abiti per un evento.
La passai a prendere una mattina, durante le ferie, circa un anno dopo che aveva trovato il cadavere del prete. Andammo verso Terontola e prendemmo la superstrada per Passignano, ma poco dopo ci fermò una pattuglia della stradale. Avevo una Fiat 500 color “merda di gatto secca”. Mi chiesero patente e libretto, e notarono il sedile del guidatore: uno scheletro preso dallo sfasciacarrozze, rivestito con filo di plastica verde, spesso quanto un dito – per non sudare d’estate.
Mi chiesero se fosse omologato. Risposi che era abilitato dall’ASI, perché soffrivo di emorroidi esterne. Insistettero per vedere il certificato. Mentre frugavo nella vaschetta centrale dell’auto, tergiversando, mi voltai verso di loro:
– Ma dove l’avrò messo!? – dissi, e mettendo mano alla cintura aggiunsi – Ve le faccio vedere!?
Restituirono subito patente e libretto:
– Vada, vada!
Ripartimmo. Superata quella piazzola sotto i pini, nei campi sottostanti una lunga struttura agricola, vidi delle reti sollevarsi all’improvviso. Fu Gabart a spiegarmi: era l’uccellagione, la cattura di uccelli selvatici con le reti. Una pratica antica del suo paese, tornata di moda dopo che Salvatore Esposito di Bagnoli, tornando dal Giappone col suo carretto di seta e cotone, raccontò quel tipo di caccia tradizionale dell’Estremo Oriente. Anche da loro, insomma, si faceva fin dai tempi di Marco Polo (cfr. Ortica, 15.05.2025). Ora però vietata da una legge europea del 2014.
Le raccontai allora di quando, al liceo classico, invitammo un compagno appena arrivato ad Arezzo a pescare – non con reti, ma con canne – le folaghe, uccelli simili a piccole anatre, al lago Trasimeno.
Le folaghe abitano paludi, laghi e canneti. Sono onnivore e adulte pesano circa un chilo. Gli spiegammo di preparare mulinello e canna e infilare crostini duri di pane sull’amo, distanziati di uno “spalmo”: se abboccava, il pane le si incastrava in gola, bloccando l’amo.
Dovevamo aspettarle nascosti nelle botti al Borghetto.
Scattammo una foto ricordo con canne, mulinelli e stivali, e la mettemmo nella bacheca della segreteria, accanto alla presidenza.
Continua il viaggio!


