Dal ratto delle Sabine alla scelta di Kaeso: cronache della fondazione di Roma
Durante la celebre sagra in onore del dio Conso – protettore dell’agricoltura e, a quanto pare, anche dei colpi di scena sentimentali – il destino volle che al povero Kaeso toccasse in sposa Ersilia. Nulla di strano, se non fosse che la signora era già felicemente (più o meno) maritata. L’unica tra le 346 fanciulle rapite dai focosi giovanotti romani ad avere un marito ancora vivo e probabilmente anche abbastanza contrariato.
Kaeso non era proprio il tipico eroe da leggenda: era un montanaro ruspante di Campo Imperatore, condannato per atti osceni durante una bufera di neve – e già questo meriterebbe un poema epico o almeno una ballata stonata. Campo Imperatore, per chi non lo sapesse, è un altopiano tra il Gran Sasso e i Monti della Laga, noto per i suoi paesaggi mozzafiato e per i reati a cielo aperto.
Il nostro Kaeso, però, era un genio incompreso dell’evasione creativa. Con l’aiuto di un cugino pastore (categoria sempre pronta a tutto), si fece recapitare 14 budelli di pecora e 10 secchi di carbonella locale. Riempì i budelli coi gas del fuoco – probabilmente lo stesso che aveva acceso nella sua cella per cucinare o scaldarsi le idee – e, grazie a questi improvvisati aerostati, riuscì a sorvolare le mura del carcere come un proto-dirigibile umano. Atterrò nella piana del Fucino, dove si unì a un gruppo di briganti con destinazione: Nuova Roma.
La prima notte con Ersilia fu… complicata. Kaeso aveva esperienza solo con pecore e con la mano sbagliata – essendo mancino ma affezionato alla destra. Fu la paziente Ersilia a dover impartire lezioni di anatomia pratica e applicata. In ogni caso, funzionò: dopo qualche mese, Ersilia perse il ciclo e circa otto mesi dopo diede alla luce un figlio che avrebbe fatto la storia.
Quel bimbo – erede di montanari, pecore e idrogeno intestinale – diventò un formidabile guerriero e l’inventore dei leggendari “caproni”, aerostati bellici realizzati con budelli di capra. La prima aviazione occidentale, si dice, battuta solo dai tappeti volanti d’Oriente (e, forse, da qualche sbadato tappetista).


