C’è chi a settant’anni si mette a contare le medicine e chi invece si rimette a studiare Dante. Pupo ha scelto la seconda strada e, bisogna riconoscerglielo, l’ha fatta fino in fondo.
All’Istituto Minerva di Roma s’è presentato emozionato come un maturando qualsiasi. Solo che, invece del motorino parcheggiato fuori, lui aveva alle spalle cinquant’anni di palchi, televisioni e canzoni che mezzo Paese canticchia ancora.
Davanti alla commissione ha fatto quello che gli riesce meglio: raccontarsi. Ha spiegato che questa maturità era una promessa fatta ai genitori, ha ripercorso una vita da romanzo parlando dei successi, dei libri scritti, dell’arte contemporanea, del gioco d’azzardo, delle cadute e delle risalite. E, come sempre, senza far finta d’essere un santo.
Da lì il salto è stato naturale: D’Annunzio, Pirandello, Dante e perfino la Costituzione. Ha parlato del Presidente della Repubblica, delle istituzioni e della necessità di rispettarle, infilando anche una riflessione sulla politica. Sulle scienze umane ha ragionato sul ruolo delle religioni e, quando una parola gli è sfuggita, l’ha ammesso senza tanti giri: «Quella lì non me la ricordavo». Più onesto di così…
Lo scoglio vero, però, è stato l’inglese. L’età vittoriana, Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray e Charles Dickens gli hanno fatto sudare più di una tournée estiva. Lui stesso l’ha confessato: l’inglese lo parla per necessità, ma con la grammatica ci litiga da sempre. E in fondo, se dopo aver girato il mondo ancora non distingui il present perfect dal past simple, vuol dire che la musica qualche volta basta davvero.
Quando tutto sembrava finito, Pupo ha fatto… Pupo. In aula magna c’era un pianoforte, una professoressa festeggiava il compleanno e lui non s’è fatto pregare. È partito con “Un amore grande”, trasformando la fine dell’esame in un piccolo concerto. Commissari ad applaudire, professori sorridenti e maturità chiusa nel modo più naturale possibile per uno che campa cantando da cinquant’anni.
Il voto arriverà nei prossimi giorni, ma il cantante guarda già avanti: se tutto va come spera, dopo il diploma si iscriverà all’università, probabilmente a Scienze della Comunicazione.
Insomma, c’è chi all’orale porta il fogliettino nascosto nella manica e chi porta una vita intera da raccontare. E se proprio bisogna scegliere come uscire da un esame, farlo con una serenata alla prof è sicuramente più elegante che con un «prof, mi può alzare di un punto?».
Immagine realizzata con intelligenza artificiale a partire da un frame video LaPresse


