Possiamo portare dentro di noi paure, nostalgie e attrazioni nate prima della nostra esistenza? Sabina Crivellari attraversa il confine sottile tra epigenetica, intuizione e mistero
Ciò che sappiamo senza sapere
Ci sono pensieri che arrivano prima delle parole capaci di spiegarli.
Pensieri che nascono dentro di noi quando ancora non possediamo gli strumenti per comprenderli.
Restano lì, silenziosi, magari per anni, finché un giorno la vita, la scienza o semplicemente il tempo danno loro un nome.
A me è successo fin da bambina.
Guardavo il mare e rimanevo affascinata da quel movimento incessante.
Le onde arrivavano, si ritiravano e tornavano ancora, una dopo l’altra, senza fermarsi mai.
E pensavo:
tutta questa forza, tutto questo movimento continuo, possibile che non si possa utilizzare per produrre energia?
Non avevo fatto studi che potessero portarmi a formulare un pensiero del genere.
Era semplicemente un’intuizione.
Molti anni dopo avrei scoperto che quella possibilità esisteva davvero e che da tempo si studiava come trasformare il moto del mare in energia.
Ma c’era un altro pensiero, molto più misterioso, che mi accompagnava.
Mi domandavo come mai alcune persone, me compresa, portassero dentro paure che sembravano non appartenere alla loro storia.
La paura dell’acqua senza aver mai rischiato di annegare.
La claustrofobia senza essere mai rimasti prigionieri in un luogo chiuso.
Angosce improvvise davanti a qualcosa che, almeno in questa vita, non sembra averci mai fatto del male.
E pensavo che forse non tutto ciò che abita dentro di noi fosse cominciato con noi.
Non conoscevo l’epigenetica.
Non sapevo nulla di geni, di DNA, di marcatori epigenetici. Non avevo fatto studi che potessero portarmi a formulare un pensiero del genere.
Avevo soltanto un’intuizione.
Immaginavo che qualcosa dei nostri avi potesse continuare il viaggio attraverso di noi.
Non necessariamente un ricordo preciso.
Non il volto di una bisnonna mai conosciuta o la scena esatta di qualcosa che le era accaduto.
Piuttosto un’eco.
Come quando una campana ha già smesso di suonare, ma nell’aria rimane ancora la sua vibrazione.
Forse alcune paure sono così.
Forse certi turbamenti, certe inspiegabili malinconie, persino alcune attrazioni che non sappiamo motivare sono echi di qualcosa che è accaduto molto prima che noi arrivassimo.
Oggi l’epigenetica ci suggerisce, con la prudenza che appartiene alla scienza, che esperienze ambientali, stress e traumi possono lasciare tracce nella regolazione dei geni e che alcuni effetti possono, in determinate circostanze, interessare anche le generazioni successive.
Questo non significa che ereditiamo i ricordi dei nostri antenati come fotografie nascoste nel DNA.
Ma lascia aperto uno spiraglio affascinante:
quanto di ciò che siamo è davvero soltanto nostro?
Io, per esempio, provo da sempre un amore smisurato per un certo tipo di elefanti.
Non so perché.
Infatti c’è nel mio intimo una cosa ancora più curiosa: quando li immagino accanto a me non vedo quasi mai i grandi elefanti africani, imponenti, con o senza lunghe zanne.
Vedo elefanti più piccoli, asiatici.
E non li vedo soltanto.
Quando la mia mente sembra viaggiare all’indietro, mi pare addirittura di risentire la morbidezza della loro proboscide, soprattutto di quella parte rosata; ne percepisco persino i piccoli peli sotto le dita.
E la loro pelle, che a guardarla sembra profondamente rugosa, quando mi sembra di sentirla sotto la mia mano, non la sento così ruvida come appare.
Vedo quell’occhietto che mi guarda, quieto, profondo, amichevole.
È una sensazione fortissima, quasi fisica, difficile persino da raccontare.
Come se quella pelle l’avessi accarezzata più e più volte.
Come se quella proboscide avesse sfiorato spesso la mia mano.
Come se quell’occhio si fosse più volte perso nel mio.
Quella sensazione mi incuriosisce, non mi sembra casuale:
mi sembra familiare.
C’è poi l’Oriente.
Quando scelgo qualcosa da guardare, quasi istintivamente cerco storie asiatiche.
Mi attraggono quei volti, quelle atmosfere, quei modi diversi di raccontare i sentimenti. Molto più di tante produzioni occidentali costruite soprattutto sull’azione e sulla spettacolarità.
L’Oriente, invece, mi chiama.
Persino tra la gente, a volte, il mio sguardo viene catturato senza una ragione apparente da alcuni tratti orientali. Non è questione di bellezza, né di gusto, né di attrazione.
È qualcosa che arriva prima, che scatta in me.
Una strana impressione di riconoscere qualcuno che non ho mai conosciuto.
Come una familiarità senza memoria.
Mio figlio qualche volta mi dice sorridendo:
“Mamma, sei strana.”
Può darsi.
Ma esistono stranezze che assomigliano terribilmente a nostalgie.
E qualche volta mi domando se si possa avere nostalgia di un luogo nel quale non ricordiamo di essere mai stati.
Qui, però, bisogna fermarsi e distinguere.
Perché una cosa è l’epigenetica, che appartiene alla scienza e che possiamo studiare.
Un’altra è la reincarnazione.
Quella appartiene alla spiritualità, alla filosofia, alla fede, forse semplicemente al grande territorio del mistero.
Non so se abbiamo vissuto altre vite.
Non so se io abbia mai camminato davvero in qualche angolo dell’Asia, se abbia mai accarezzato la pelle di un elefante o incrociato quegli occhi che oggi mi sembrano così inspiegabilmente familiari.
E non ho bisogno di convincere nessuno che sia accaduto.
Mi basta poter lasciare aperta la domanda.
Perché forse siamo fatti anche di questo: di cose che sappiamo, di cose che un giorno sapremo e di altre che resteranno per sempre sospese tra intuizione e mistero.
E allora ripenso alla bambina che guardava le onde del mare e immaginava che tutta quella forza potesse diventare energia.
Alla bambina che non conosceva la parola “epigenetica”, ma si chiedeva già se una paura potesse essere più antica della persona che la prova.
Forse alcune intuizioni non sono risposte.
Sono piccoli semi che ci vengono affidati molto prima che impariamo a riconoscerli.
E ancora oggi rimane in me quella stessa meraviglia:
come facciamo, qualche volta, a sentire qualcosa prima ancora di sapere che esiste?
Episodi simili, attrazioni inspiegabili, paure che sembrano venire da lontano… li avete mai percepiti anche voi nel corso della vostra vita?
S.S.C.


