Continuano ad arrivare in redazione foto dai giardini Porcinai. Sempre loro, sempre lì: le famose panchine “anticlochard”, quelle pensate per rendere scomodo sdraiarsi e che invece, con una certa ostinazione poetica, vengono usate proprio per sdraiarsi.
Dovevano essere la risposta urbana al bivacco, il colpo di genio del decoro cittadino, la frontiera del “qui non ci si dorme”. E invece niente: la stanchezza umana, quella vera, ha preso il progetto comunale, lo ha guardato, gli ha dato una pacca sulla spalla e ci si è coricata sopra.
Siamo ormai al terzo episodio della saga. Prima avevamo raccontato che sulle panchine anticlochard qualcuno ci dormiva già. Poi era arrivato il secondo round: brutte, scomode, poco accoglienti, ma comunque utilizzate per riposare. Ora le foto continuano ad arrivare, come le cartoline dalle vacanze, solo che qui il panorama è meno “mare cristallino” e più “arredo urbano con crisi d’identità”.
Il punto, sia chiaro, non è la persona fotografata. Anzi, il volto andrebbe oscurato e il bersaglio lasciato dove deve stare: non su chi si riposa dove può, ma su chi continua a pensare che il disagio sociale si risolva progettando panchine peggiori.
Perché questa è la vera meraviglia del design ostile: non elimina il problema, lo rende solo più brutto da vedere. Non impedisce a chi è stanco di sdraiarsi, ma impedisce a tutti gli altri di sedersi bene. Un capolavoro amministrativo: scontenta il clochard, scontenta il pensionato, scontenta la mamma col passeggino, scontenta quello che aspetta l’autobus e pure la panchina, che a questo punto vorrebbe soltanto essere lasciata in pace.
Ai giardini Porcinai, insomma, il progetto sembra aver fallito con discreta eleganza. Voleva dire “non dormite qui”, ma la realtà ha tradotto: “dormite pure, ma male”. Un messaggio di civiltà raffinata, degno di un cartello invisibile con scritto: “Il Comune non ti accoglie, però ti offre una lombalgia”.
La domanda resta sempre la stessa: a cosa servono davvero queste panchine? A migliorare il decoro? A rendere più vivibili i giardini? A ridurre il disagio? O semplicemente a far finta di affrontare un problema senza toccarlo davvero?
Perché se una persona è senza alternative, non sarà certo una panchina scomoda a fermarla. Al massimo dormirà peggio. E se l’obiettivo della politica urbana è far dormire peggio chi già dorme male, allora complimenti: missione compiuta, medaglia al valore dell’inutilità.
Nel frattempo, i lettori continuano a mandare foto. Le panchine continuano a essere usate come letti. Il decoro continua a essere evocato come una divinità offesa. E i giardini Porcinai restano lì, trasformati nel laboratorio cittadino del grande equivoco: combattere la povertà facendo la guerra alla postura.
Forse, più che panchine anticlochard, servirebbero politiche sociali, presidi, ascolto, servizi, manutenzione e una visione meno punitiva dello spazio pubblico. Roba complicata, certo. Molto più facile mettere una panchina scomoda e sperare che il problema si vergogni e se ne vada.
Peccato che il problema non se ne vada. Si sdraia. Anche male, ma si sdraia.
E allora ai Porcinai siamo arrivati alla conclusione più semplice: il sonno batte il design ostile. Il bisogno batte l’arredo urbano. E il buonsenso, come spesso accade, è rimasto in piedi perché non ha trovato posto a sedere.


