C’è un’antica massima popolare che andrebbe scolpita sulla porta di certi circoli politici, magari accanto alla macchinetta del caffè e alla fotocopiatrice delle candidature: “quando cencio dice mal de straccio”.
Il post che ha acceso la miccia è questo, per chi volesse godersi l’ennesima lezione di coerenza impartita dal pulpito più elastico della provincia:
Perché in politica, soprattutto quella locale, capita spesso di vedere gente che accusa gli altri di cambiare casacca con la stessa indignazione con cui un camaleonte denuncerebbe il trasformismo cromatico delle lucertole.
Il “nostro”, per dire, nasce in area democristiana, quando la DC era ancora quella grande madre bianca capace di accogliere tutto: moderati, amministratori, fedeli, opportunisti, nostalgici del gettone telefonico e futuri esperti mondiali di posizionamento tattico.
Poi, passata la stagione dello scudo crociato, ecco il trasferimento verso Forza Italia, con annesso immaginario da cene ad Arcore, sorrisi istituzionali e quella fede azzurra che, come molte fedi politiche italiane, dura finché non arriva un sondaggio migliore.
Ma la storia, si sa, non sta mai ferma. E infatti il Nostro, forse sedotto dalle percentuali, forse convinto che il vento del Nord soffiasse eterno anche sotto il Pratomagno, sale sul Cartoccio. O Carroccio, per i puristi. Noi preferiamo Cartoccio, perché almeno dentro ci puoi mettere le promesse elettorali avanzate, chiuderle bene e sperare che non perdano unto.
Peccato che poi sia arrivato il Papeete.
Quel momento epico della politica nazionale in cui qualcuno pensò di trasformare la crisi di governo in un aperitivo con dj set, e il Paese scoprì che anche i pieni poteri possono inciampare su un mojito. Da lì, certi entusiasmi si sono raffreddati. Non del tutto, per carità. In politica locale il raffreddore ideologico dura poco: basta una convention, una foto, un buffet decente e torna subito la febbre del “vediamo dove tira”.
E infatti, qua e là, il Nostro si sarebbe già fatto vedere anche in ambienti vicini a Fratelli d’Italia. Nulla di male, sia chiaro. Uno può partecipare, ascoltare, osservare, annusare l’aria. Del resto, in natura migrano le rondini, i salmoni e certi amministratori quando sentono odore di lista vincente.
Il problema nasce quando, dopo una carriera politica fatta di passaggi, parcheggi, ripartenze e curve prese senza freccia, ci si mette a fare la morale agli altri. Lì il pubblico ride. Non perché sia cattivo, ma perché la memoria, quando vuole, sa essere una bestia più feroce di un comunicato stampa.
Perché se uno ha attraversato la Prima Repubblica, la Seconda, il berlusconismo, il salvinismo e magari ora studia il melonismo con la stessa attenzione con cui si legge il menù della sagra della nana, forse dovrebbe evitare prediche troppo solenni sulla coerenza.
Non serve nemmeno arrabbiarsi. Basta guardare la scena con tenerezza antropologica: la politica aretina come un grande ballo delle sedie, dove la musica cambia, i simboli pure, ma alcuni riescono sempre a restare seduti. Talento? Istinto? Ginocchia allenate? Chissà.
Certo, a forza di saltare da una parte all’altra, il rischio è che prima o poi qualcuno chieda il libretto delle vaccinazioni politiche. DC, Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia: manca giusto una comparsata nei Verdi per completare l’album Panini dell’arco costituzionale.
E allora, prima di puntare il dito contro il prossimo transfuga, il prossimo riposizionato, il prossimo folgorato sulla via del sondaggio, sarebbe bene fare una pausa. Magari davanti allo specchio.
Perché in fondo la coerenza non pretende eroi. Pretende almeno un minimo di pudore.
E qui, più che pudore, siamo al guardaroba politico con cambio stagione continuo: cappotto democristiano, giacca azzurra, felpa verde, cravatta tricolore. Tutto stirato, tutto pronto, tutto buono per la prossima occasione.
Altro che trasformismo. Questa è sartoria istituzionale.


