Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali
Ad Arezzo è stata una giornata particolarmente intensa per quella categoria di uomini convinti che il consenso sia un dettaglio burocratico, più o meno come la marca da bollo: fastidioso, evitabile e comunque colpa degli altri.
Il tribunale ha condannato in primo grado a nove anni di reclusione un uomo di 69 anni, accusato di aver seguito in bicicletta, bloccato e violentato un bambino di dieci anni lungo una strada di campagna della provincia.
L’episodio risalirebbe a dieci anni fa. La vittima, oggi ventenne, ha denunciato la violenza soltanto dopo essere diventata maggiorenne. Una decisione maturata dopo anni, come spesso accade quando il trauma impiega più tempo della giustizia a trovare la porta giusta.
Il collegio giudicante ha ritenuto provata la violenza sessuale e ha disposto anche una provvisionale di 20mila euro in favore del giovane, costituitosi parte civile.
L’imputato continua a dichiararsi innocente e la difesa ha già annunciato appello. Tra gli elementi contestati ci sono la descrizione dell’aggressore, indicato con i capelli lunghi, mentre il condannato sarebbe stato già calvo, e il fatto che l’uomo non avrebbe mai posseduto una bicicletta né sarebbe capace di guidarla.
Insomma, secondo la difesa non poteva essere lui perché mancavano capelli e pedali. Il tribunale, evidentemente meno interessato al catalogo dei ricambi, ha valutato diversamente gli elementi raccolti.
Il 69enne resta libero: il carcere potrà aprirsi soltanto dopo una sentenza definitiva, perché la giustizia italiana procede con cautela. Talmente tanta cautela che a volte viene superata anche da chi sostiene di non saper andare in bicicletta.
Sempre nella stessa provincia, i carabinieri di Sansepolcro hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un uomo di 61 anni, gravemente indiziato di atti persecutori verso una ragazza di diciannove.
L’uomo era già sottoposto da gennaio al divieto di avvicinamento, con obbligo di mantenere almeno mille metri di distanza dalla giovane e applicazione del braccialetto elettronico.
Una misura chiarissima, perfino per chi considera il rispetto delle regole un hobby facoltativo.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo avrebbe continuato a presentarsi sul luogo di lavoro della ragazza, rivolgendole apprezzamenti e avances sessuali davanti ai colleghi. L’avrebbe inoltre seguita negli spostamenti tra casa e lavoro e perfino fuori provincia, durante una serata in discoteca.
Dopo il rifiuto della giovane, sarebbero cominciati anche gli insulti, talvolta davanti ai genitori. Perché nella mente di certi corteggiatori il “no” non conclude una relazione mai iniziata: inaugura una campagna militare.
Le condotte avrebbero provocato nella diciannovenne un grave e persistente stato di paura, costringendola a cambiare abitudini di vita. Accertate le presunte violazioni del divieto di avvicinamento, la procura di Arezzo ha chiesto l’aggravamento della misura cautelare e il giudice ha disposto il carcere.
Due procedimenti distinti, due vittime giovanissime e un unico, desolante ritornello: quando una persona vulnerabile denuncia, c’è sempre qualcuno pronto a discutere dei capelli, della bicicletta, delle distanze o delle intenzioni.
Nella mente di certi corteggiatori il “no” non conclude una relazione mai iniziata: inaugura una campagna militare.
Raramente del danno provocato.


