L’export italiano cresce, brinda e si mette pure la cravatta buona. Poi uno guarda meglio i numeri, alza il tappeto e scopre che sotto c’è nascosto un bel lingotto d’oro partito da Arezzo con destinazione Svizzera.
Gran parte dell’aumento delle esportazioni, infatti, non nasce da una miracolosa resurrezione dell’industria nazionale, ma da un solo prodotto venduto soprattutto a un solo Paese: oro verso la Confederazione elvetica. Insomma, l’economia corre, ma parecchio del carburante arriva dalle aziende orafe aretine.
Secondo i dati Istat riportati dal Sole 24 Ore, oltre tre punti della crescita complessiva derivano proprio da questo traffico dorato. Nel solo mese di maggio, alla voce “metalli di base”, le esportazioni verso la Svizzera sono quadruplicate, raggiungendo 1,7 miliardi di euro. Nei primi cinque mesi dell’anno il totale è arrivato a 8,5 miliardi.
Praticamente, mentre mezzo sistema produttivo italiano cerca di capire da che parte sia la ripresa, Arezzo manda lingotti oltre confine e sistema la media nazionale. Altro che locomotiva d’Italia: qui siamo diventati direttamente il portavalori della Repubblica.
Tolto l’oro, però, il panorama somiglia meno a una festa e più al lunedì mattina dopo la sagra. Nel mese calano farmaceutica e macchinari, legno e carta, moda, alimentari e mobili. Crescono soltanto alcuni comparti, tra cui chimica, elettronica e autoveicoli.
Proprio le automobili beneficiano della ripresa produttiva di Stellantis dopo il tracollo del 2025. Una ripartenza che fa notizia soprattutto perché, dopo essere finiti nel fosso, anche rimettere una ruota sull’asfalto viene ormai celebrato come un’impresa industriale.
Sul fronte dei mercati esteri, la Svizzera domina con un aumento del 58%, risultato talmente evidente che ormai manca soltanto di aprire un casello doganale direttamente davanti alle fabbriche orafe aretine.
Crescono anche le vendite in Cina e nei Paesi del Mercosur, mentre i progressi risultano più contenuti in diversi mercati europei. Va male invece la Germania, dove l’export italiano arretra del 3,3%. Frenano pure gli Stati Uniti, secondo mercato di sbocco per le merci italiane, segno che non tutti all’estero hanno deciso di partecipare alla narrazione della grande ripartenza.
E mentre noi spediamo oro agli svizzeri, dalla Cina arrivano automobili a ritmo industriale. Nel solo mese il valore delle vetture cinesi importate è triplicato, raggiungendo 454 milioni di euro. Dall’inizio dell’anno gli acquisti sono più che raddoppiati, arrivando a 1,7 miliardi.
La quota cinese sull’import italiano di automobili sfiora così il 9%, seconda soltanto a quella della Germania e davanti a Francia, Polonia, Spagna e Turchia.
Il quadro finale è semplice: noi mandiamo l’oro in Svizzera e compriamo le macchine dalla Cina. Nel mezzo celebriamo l’aumento dell’export, sperando che nessuno abbia la pessima educazione di chiedere cosa succede a tutti gli altri settori.
Per fortuna c’è Arezzo, che continua a sostenere i dati nazionali a colpi di metallo prezioso. Però sarebbe prudente non chiamarlo miracolo economico: è più una gigantesca operazione di oreficeria statistica.


