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Un uomo non vede, Facebook invece vede tutto: medici, tasse, migranti e sentenze in sessanta commenti

Il racconto di una cittadina su un uomo in difficoltà diventa rapidamente un processo all’ospedale San Donato, alla sanità pubblica, ai sindacati, agli stranieri e perfino alla grammatica italiana. L’unico rimasto in silenzio è proprio lui

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Un uomo non vede, Facebook invece vede tutto: medici, tasse, migranti e sentenze in sessanta commenti

Il racconto di una cittadina su un uomo in difficoltà diventa rapidamente un processo all’ospedale San Donato, alla sanità pubblica, ai sindacati, agli stranieri e perfino alla grammatica italiana. L’unico rimasto in silenzio è proprio lui

Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città. Non per stabilire chi abbia ragione, impresa ormai abbandonata anche dalle Nazioni Unite, ma per raccontare come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, nello specchio perfetto degli umori aretini.

Oggi è toccato a un post pubblicato nel gruppo “Sei di Arezzo se…”.

L’autrice racconta di aver incontrato, davanti alla Pam di San Lorentino, un uomo africano fermo vicino all’ingresso. Non chiedeva apertamente denaro. Salutava, ringraziava e rimaneva in piedi.

Alla donna avrebbe spiegato di avere gravi problemi alla vista dopo un intervento effettuato ad Arezzo: da un occhio non vedrebbe più, mentre con l’altro distinguerebbe soltanto immagini sfocate. Sempre secondo quanto riferito nel post, prima lavorava e oggi sarebbe seguito dalla CGIL per cercare una soluzione.

Si tratta, è bene chiarirlo, del racconto riportato sui social da una cittadina. Non abbiamo documentazione sanitaria, diagnosi o elementi che permettano di stabilire responsabilità mediche. Precisazione noiosa ma necessaria, perché su Facebook la cartella clinica viene solitamente ricostruita in quattro commenti, due punti esclamativi e un “mio cugino una volta”.

Il silenzio dell’uomo e il rumore dei commenti
Il primo elemento che colpisce è proprio la discrezione dell’uomo.

Alcuni utenti confermano di averlo visto più volte: non chiederebbe nulla, limitandosi a salutare con un “ciao”, un “buongiorno” o un “buonasera”. Qualcuno osserva che esiste chi si approfitta della generosità altrui e chi, invece, sembra vergognarsi perfino di chiedere il necessario per mangiare.

Una persona suggerisce di rivolgersi ai servizi sociali. Un’altra alla Caritas. Altri si dichiarano disponibili a dare una mano concretamente.

Poi, inevitabilmente, il post smette di parlare dell’uomo.

San Donato: eccellenza o luogo dove non farsi tagliare un’unghia?
Bastano pochi minuti perché il dibattito si trasferisca all’ospedale San Donato.

Un commentatore dichiara che non vi si farebbe più tagliare nemmeno l’unghia di un piede. Altri rispondono difendendo la struttura e ricordando esperienze positive nei reparti di cardiologia, chirurgia robotica, pneumologia e pronto soccorso oculistico.

Seguono testimonianze personali di diagnosi corrette, diagnosi sbagliate, interventi riusciti, problemi scoperti altrove e viaggi verso Careggi o Milano.

La sanità aretina, nel giro di pochi interventi, risulta contemporaneamente eccellente, disastrosa, sorprendente e sconsigliabile perfino per la manicure.

Dipende dall’esperienza personale, osserva qualcuno. Ed è probabilmente la frase più sensata dell’intera discussione, quindi viene rapidamente sommersa dal resto.

Arriva il contribuente italiano
A un certo punto compare lui: il contribuente italiano.

Secondo un utente, l’intervento dell’uomo sarebbe costato migliaia di euro alla collettività e nulla al paziente. Un altro replica di essere felice di pagare le tasse per aiutare chi sta peggio, indipendentemente dal luogo di nascita.

Un terzo fa notare che anche molti italiani attendono mesi per una visita. Altri ricordano l’evasione fiscale, i milioni di tributi non versati e i soldi pubblici spesi in armamenti.

Nel giro di tre risposte, l’uomo con problemi alla vista diventa dunque responsabile della crisi sanitaria, della pressione fiscale, dell’evasione, delle guerre e probabilmente anche del ritardo del regionale per Firenze.

Lui, nel frattempo, continua a stare davanti alla Pam.

Solidarietà, ma con ricevuta fiscale
La discussione prosegue con la tradizionale contabilità della compassione.

“L’aiutasse chi ha scritto il post”, suggerisce qualcuno. “Portatelo a casa”, aggiunge un altro. Una commentatrice propone addirittura di dargli mille euro, così, perché la solidarietà sui social funziona bene soprattutto quando deve essere praticata da un’altra persona.

È un meccanismo ormai collaudato: chi mostra sensibilità viene immediatamente invitato a risolvere da solo povertà, immigrazione, crisi abitativa, disoccupazione e problemi sanitari.

Lo Stato può aspettare. Le istituzioni pure. L’importante è sapere se la signora del post dispone di una camera libera e di un bonifico istantaneo.

La CGIL entra nel processo
Anche il sindacato finisce presto sul banco degli imputati.

Alcuni sperano che possa aiutare l’uomo a ottenere assistenza o un eventuale risarcimento, attraverso avvocati e consulenti medico-legali. Altri sostengono che non sia compito della CGIL, che il sindacato voglia lucrare oppure che, in esperienze precedenti, non abbia aiutato abbastanza.

Poi il dibattito si allarga al Partito Democratico, alle associazioni, al Comune, alle onlus, al Pionta e a Campo di Marte.

Tutto perfettamente pertinente, come discutere del regolamento della Giostra del Saracino durante una visita oculistica.

Quando finiscono gli argomenti, comincia la grammatica
Uno dei commenti, scritto in maniera poco comprensibile, sostiene che gli stranieri riceverebbero più aiuti degli italiani.

A quel punto il confronto abbandona anche la questione sociale e si trasforma in un concorso pubblico per correttori di bozze.

C’è chi chiede una traduzione in italiano, chi ironizza sull’origine della commentatrice e chi interviene per ricordare che certe battute possono essere discriminatorie.

Il risultato è un piccolo capolavoro della rete: si parte dalla difficoltà di una persona che vede poco e si finisce a litigare perché qualcuno scrive peggio.


Il caldo, forse

Tra le tante reazioni compare anche una diagnosi collettiva: “Sarà il caldo”.

Potrebbe essere.

Agosto, del resto, è il mese in cui ad Arezzo il termometro supera i trenta gradi e il commentatore medio supera i limiti della pazienza, della sintassi e talvolta della decenza.

Restano comunque alcune disponibilità concrete. Persone che chiedono come contattare l’uomo, che suggeriscono servizi, associazioni e percorsi di tutela. Sono interventi meno rumorosi, ma decisamente più utili delle sentenze improvvisate.

Il problema rimane davanti al supermercato
Al termine della discussione non sappiamo con certezza cosa sia accaduto durante o dopo l’intervento, quali cure abbia ricevuto l’uomo, quale sia la sua posizione amministrativa o quali sostegni gli spettino.

Sappiamo però che una persona con difficoltà visive e apparentemente priva di mezzi si trova spesso davanti a un supermercato di San Lorentino.

Questo è il fatto da cui sarebbe opportuno partire.

Servirebbe verificare la situazione attraverso i servizi sociali, le associazioni competenti, la Caritas, il sindacato che lo starebbe seguendo e, se necessario, gli organismi di tutela sanitaria. Non una colletta improvvisata e nemmeno un processo pubblico basato su testimonianze indirette.

Il post aveva raccontato un uomo silenzioso.

Facebook gli ha immediatamente costruito intorno un ospedale sotto accusa, una guerra tra italiani e stranieri, un referendum sulla CGIL, un dibattito sull’evasione fiscale e un corso serale di grammatica.

Alla fine tutti hanno detto la loro.

Resta da capire se qualcuno riuscirà davvero ad ascoltare lui.

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