Con quaranta gradi nelle ore centrali, i turisti non visitano Arezzo: cercano l’ombra, l’acqua e possibilmente un luogo dove non cuocere come il pollo allo spiedo.
Da questa constatazione parte la proposta del sindaco Marcello Comanducci, intervistato da Greta Settimelli per Arezzo TV: ripensare gli orari della città, aprendo con maggiore regolarità negozi e musei nelle ore serali. Non una notte bianca ogni morte di papa, ma almeno un appuntamento settimanale stabile, riconoscibile e capace di attirare visitatori.
Il servizio di Arezzo TV presenta infatti il progetto con un titolo piuttosto chiaro: “Il caldo frena anche il turismo, Comanducci: pensiamo ad aperture serali”. Comanducci, eletto sindaco nel giugno 2026 e titolare anche della delega al turismo, immagina una città maggiormente frequentata dopo le 18, quando il termometro smette almeno di minacciare direttamente la popolazione.
L’idea, in sé, ha una sua logica: se alle tre del pomeriggio Corso Italia sembra la superficie di Mercurio, tanto vale aspettare il tramonto. D’altra parte nelle località di mare la gente esce la sera da parecchio tempo, anche senza aver prima convocato un tavolo con le associazioni di categoria.
Comanducci guarda soprattutto alla Spagna, dove alcune città stanno sperimentando orari diversi, coperture, nebulizzatori e nuove soluzioni contro il caldo. Propone inoltre di rendere più vivibili i grandi polmoni verdi aretini – Parco Pertini, Parco Giotto e Prato – e riconosce che in alcune riqualificazioni del centro, come Sant’Agostino, l’ombra degli alberi non era precisamente in cima alla lista dei pensieri.
Ed è qui che l’intervista prende la rincorsa e atterra direttamente dentro la chioma di un pino.
Il sindaco sostiene che servano più alberi, ma definisce i pini marittimi «una disgrazia»: belli e capaci di fare ombra, certo, però con radici che danneggiano le strade e problemi di sicurezza che imporranno diverse sostituzioni.
Sui social, a quel punto, si è aperto il congresso internazionale della botanica applicata alla politica.
Debora riassume la mozione in due righe: “Piantate molti alberi. Non tagliate alberi”. Successivamente rafforza il concetto con una grandinata di «alberi», «fontane» e la richiesta di bagni pubblici, anche a pagamento. Rossano Valenti sceglie la stessa linea programmatica ripetendo «alberi» dieci volte, nel dubbio che le prime nove fossero finite sotto la motosega.
Elisa boccia invece l’ordine delle priorità: “Ci vogliono gli alberi, non le aperture notturne”. Silvia Crescioli approva entrambe le proposte, ma aggiunge una clausola semplice: «Poi però non li pelate».
La discussione arriva inevitabilmente a via Tiziano. Rosalba apprezza l’apertura del sindaco sul cambiamento climatico, ma gli chiede di rivedere radicalmente il progetto edilizio previsto nell’area. Rosanna Rubino richiama le due torri di nove piani e i parcheggi progettati, sostenendo che quella trasformazione contraddica le dichiarazioni sul verde. Anna De Rogatis è ancora più diretta: finora, scrive, l’amministrazione avrebbe fatto «esattamente l’opposto».
In pratica, il sindaco dice: «Piantiamo alberi». Una parte della città risponde: «Bene, cominciamo da quelli che non dovete tagliare». È il chilometro zero della polemica ambientale.
Non tutti, però, si fermano alle piante. Riccardo ricorda che ad Arezzo il settore dell’intrattenimento estivo sarebbe ormai «praticamente morto», salvo poche eccezioni come Mengo e Psyco Hill. Secondo lui, una programmazione seria potrebbe riportare pubblico dalle vallate e dalle città vicine, come avveniva dieci o quindici anni fa.
Mario solleva invece il dettaglio che di solito arriva quando le idee incontrano la busta paga: “Il personale costa”. Massimo immagina già l’entusiasmo dei dipendenti chiamati a lavorare la sera. Perché è vero che il museo aperto a mezzanotte fa molto Europa, ma qualcuno deve pur esserci ad aprire la porta, sorvegliare le sale e spegnere la luce.
Comanducci rilancia anche la necessità di un vero evento estivo, della durata superiore ai cinque giorni. Ricorda i tentativi del passato e cita l’esperienza del vintage di Castiglion Fiorentino, capace di attirare pubblico nel periodo di Ferragosto intercettando chi non parte per le vacanze.
La battuta finale dell’intervista propone “Arezzo come Rimini, aperta fino a mezzanotte”. Il progetto, però, presenta ancora qualche differenza tecnica: Rimini ha il mare, Arezzo la risalita del Corso; Rim Corso; Rimini ha gli stabilimenti balneari, Arezzo i vincoli della Soprintendenza; a Rimini si cerca l’ombrellone, qui per trovare un po’ d’ombra potrebbe servire una prenotazione sull’app.
L’intuizione delle aperture serali merita comunque di essere discussa seriamente. Una città d’arte non può continuare a comportarsi come se agosto avesse ancora le temperature di trent’anni fa. Ma i commenti sollevano domande concrete: chi sosterrà i costi? Quali musei e negozi aderiranno? Con quale frequenza? E soprattutto, la strategia sul caldo sarà coerente con le decisioni urbanistiche e con la gestione del verde?
Perché spostare la città alla sera può essere una risposta. Piantare alberi, creare ombra, attrezzare i parchi, migliorare i collegamenti e rendere vivibile il centro anche di giorno è quella successiva.
Altrimenti Arezzo diventerà davvero come Rimini: aperta fino a mezzanotte, ma con i cittadini in fila davanti all’unico albero rimasto.


