Dopo l’interrogazione presentata dai consiglieri comunali del PD Vincenzo Ceccarelli e Lucia De Robertis sul futuro di Arezzo Wave e sulle iniziative per il quarantennale, arriva la risposta di Mauro Valenti.
Il fondatore del festival parla dalla Grecia, raggiunto telefonicamente non senza qualche difficoltà di collegamento, e sceglie un tono istituzionale. Con dentro, però, una puntura che ad Arezzo si sente distintamente anche senza amplificatori.
«Ogni attenzione verso Arezzo Wave è benvenuta, da qualunque parte arrivi», afferma Valenti. «Noi non siamo mai cambiati: siamo gli stessi del 1987, quelli che hanno portato Arezzo nel mondo e il mondo ad Arezzo, con i più grandi nomi della musica nazionale e internazionale e con gli spettacoli gratuiti».
Nessuna chiusura nei confronti dell’iniziativa del PD, dunque. Valenti riconosce il valore della proposta e lascia aperta la possibilità di una collaborazione per celebrare i quarant’anni del festival.
Poi arriva la frase che vale più di un assolo:
«Chi oggi riconosce questo valore compie un gesto che apprezziamo, e che avremmo apprezzato anche in passato. Il tempo, si sa, aiuta tutti a capire l’importanza delle cose».
Tradotto dall’ortichese: benvenuti, accomodatevi pure. Il patrimonio era già qui, soltanto che qualcuno ha ritrovato gli occhiali con diciannove anni di ritardo.
Valenti guarda comunque avanti:
«Per i quarant’anni abbiamo idee concrete per la città: la porta della Fondazione è aperta, per la Giunta come per l’opposizione».
Una disponibilità che sposta adesso la palla nel campo della politica. Se maggioranza e opposizione intendono davvero valorizzare Arezzo Wave, non resta che sedersi al tavolo con la Fondazione e capire quali progetti possano essere realizzati nel 2027.
La pubblicazione del nostro precedente articolo ha intanto riaperto sui social una discussione tutt’altro che nostalgica. Molti lettori ricordano le incertezze che accompagnavano ogni edizione, il trasferimento del festival nel 2007 e la scelta dell’amministrazione comunale di rispondere con Play Art.
Giorgio riassume la contraddizione con poche parole: «Gli stessi che l’hanno lasciato andare via». Carla allarga invece il ragionamento alla storica provincialità culturale della città, sottolineando come ad Arezzo ogni novità finisca spesso sotto processo prima ancora di essere compresa.
Maurizio ricorda le discussioni che ogni anno precedevano il festival: dove organizzarlo, con quali finanziamenti e con quali certezze. Una precarietà politica e organizzativa che, secondo il suo racconto, avrebbe progressivamente logorato un evento diventato un punto di riferimento nazionale.
Altri lettori attribuiscono responsabilità politiche differenti, tirando in ballo tanto il centrosinistra quanto il centrodestra. Un disaccordo che conferma almeno una cosa: la fine dell’esperienza originaria di Arezzo Wave in città resta una ferita sulla quale manca ancora una ricostruzione condivisa.
Abbiamo invece scelto di non rilanciare gli insulti personali, le espressioni volgari e i riferimenti alla massoneria comparsi nella discussione. La critica politica è legittima; le accuse prive di elementi verificabili e le offese non aggiungono una nota alla storia del festival. Fanno soltanto rumore di fondo.
La risposta di Valenti, al contrario, contiene un’indicazione concreta: la Fondazione è pronta a discutere con tutti. Il quarantennale può quindi diventare qualcosa di più di una targa, una mostra fotografica o l’ennesimo convegno dove ciascuno ricorda soltanto la parte di passato che gli torna comoda.
Arezzo Wave ha portato la città fuori dai propri confini molto prima che “internazionalizzazione” diventasse una parola obbligatoria nei comunicati istituzionali.
Ora Arezzo deve decidere se celebrare davvero quella storia oppure limitarsi a metterle una corona di fiori, fare due foto e tornare a casa per cena.
Valenti, intanto, dalla Grecia ha lasciato la porta aperta.
Tocca alla politica dimostrare di non aver perso nuovamente le chiavi.


