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Stop alla burocrazia inutile: la Corte Costituzionale bacchetta l’Agenzia delle Entrate

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Stop alla burocrazia inutile: la Corte Costituzionale bacchetta l’Agenzia delle Entrate

Con la sentenza n. 137/2025, la Corte Costituzionale ha sancito un principio che, per molti imprenditori e professionisti, suona come una liberazione: l’Agenzia delle Entrate non può chiedere al contribuente documenti o informazioni già presenti nelle banche dati del Fisco.

Un principio che sembra ovvio, quasi banale. Eppure, fino a oggi, non lo era.

Cosa ha detto la Corte

La Consulta ha dichiarato incostituzionale la prassi – ancora diffusa – con cui l’Amministrazione finanziaria richiede a cittadini e imprese atti, dati e documenti che essa stessa può (o dovrebbe) già consultare autonomamente. Un comportamento che non solo aggrava inutilmente gli oneri a carico del contribuente, ma contraddice apertamente i principi di buona amministrazione, collaborazione e semplificazione.

Nel motivare la decisione, i giudici costituzionali hanno evidenziato come l’accesso integrato alle banche dati pubbliche debba tradursi in un effettivo alleggerimento burocratico, e non in un paradossale raddoppio degli adempimenti.

Perché è importante (e cosa non va)

Per chi gestisce un’impresa o affianca aziende nella consulenza fiscale, questa sentenza rappresenta una presa di posizione fondamentale. Troppe volte, in sede di verifica o di controllo, le richieste dell’Agenzia scivolano nel formalismo esasperato, con domande ridondanti che dimostrano più una carenza organizzativa interna che un’effettiva necessità istruttoria.

Il contribuente non può essere vittima dell’inefficienza altrui. Se i dati ci sono – nei registri IVA, nelle comunicazioni obbligatorie, nei modelli già presentati – perché chiederli di nuovo? Perché far perdere tempo (e risorse) a chi lavora, produce e paga le tasse?

Un cambio di rotta (obbligato)

La sentenza impone ora all’Agenzia delle Entrate un cambio di paradigma: non più delegare al contribuente ciò che l’Amministrazione è tenuta a sapere da sé. Un richiamo forte anche alla responsabilità digitale dello Stato, che non può limitarsi a “possedere” i dati, ma deve saperli utilizzare in modo intelligente e coordinato.

La speranza è che questa pronuncia non resti lettera morta, ma diventi prassi operativa, contribuendo a ricostruire un rapporto più equo e meno vessatorio tra Fisco e contribuente.

Articolo a cura di Massimo Gervasi
Referente delle Partite IVA PIN per la Regione Toscana

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