Pahumot abitava in una città senza alberi. Non che l’avesse scelto, era successo poco a poco.
Era successo che era nata la città e la foresta se n’era andata. Ma questo era accaduto tanto tempo fa, Pahumot non era neanche un’idea, non valeva starci a pensare. La città era cresciuta come tutte le città ché mica fanno crescere gli alberi se no si torna alla foresta. Fanno crescere i mattoni.
Erano passati gli anni e con la città era arrivata la gente ma ne era arrivata tanta, forse troppa. Se fosse stata ferma sarebbe andata anche bene. Ma la gente mica stava ferma. Macché: si riproduceva. Come le case, che però non si riproducevano abbastanza anche se Pahumot era riuscito a venir fuori. E allora erano arrivati gli alloggi popolari. A perdita d’occhio. E mica li puoi fare in centro, gli alloggi popolari. Li fai in periferia, dove stanno gli alberi. Tanto che ci stanno a fare gli alberi? Guarda il centro: non ci sono e ci si vive lo stesso.
La gente, che non stava ferma, s’era comprata anche le macchine e allora quel che era rimasto degli alberi era finito a coprire i parcheggi. È pur sempre legno. Comunque di alberi ce n’erano ancora, uno qui e uno là, quando arrivò la tempesta. Già, c’era il cambiamento climatico. Una tempesta come quella non s’era mai vista. Ne fece cadere due ma l’amministrazione, visto che c’era, li buttò giù tutti. Meglio prevenire che curare.
Questa è la sintesi di anni e anni di città e del perché Pahumot, alla sua età, vivesse in una città senza alberi.
Faceva un gran caldo in quella città senza alberi. Asfalto in basso, mattoni e cemento in alto. Il sole non solo batteva ma pure si riverberava. E Pahumot, il caldo, non lo soffriva.
Un giorno trovò una soluzione.
Dandosi un gran daffare recuperò i tubetti scaduti di crema abbronzante. Non so nemmeno quanti supermercati e quante farmacie visitò per trovarne tutte le scatole che portò in casa. Poi uscì e cominciò a passare la crema solare sull’asfalto, sui muri, sui vetri delle finestre, su quel che c’era, insomma, tra lui e il sole. Un bello schermo, un po’ di protezione da tutto quel calore.
Non fece tutta la città, certo che no. Ma il suo quartiere lo protesse fin dove gli fu possibile e gli fu concesso di farlo. Ci fu una signora che scivolò, un bambino che si macchiò i vestiti, un incidente o forse due – ruote che avevano perso trazione – ma insomma, ad essere sinceri, a tutti quelli che capirono quanto Pahumot stava facendo per la città sembrò di stare meglio e si sparse la voce.
Oggi la città di Pahumot è senza alberi ma si sentono delle gran risate, in giro. La gente passa per strada e spruzza qua e là la sua crema solare e non c’è bimbo che non si diverta, adulto che non torni bambino. Le macchine d’estate non si usano più: si va più veloci con le tavole da surf tanto è scivoloso l’asfalto. E per i meno abbienti basta stendersi sul marciapiede e rotolarsi un po’ per prendere una bella abbronzatura, senza scottarsi. Certo, il fiume della città ha l’acqua bianca e ormai si beve solo l’acqua dalle bottiglie. E i pescatori stanno cercando lavoro nelle fabbriche dove si producono le creme solari. Ma i problemi mica si risolvono tutti in una volta?! Per ora Pahumot ha risolto il problema della mancanza degli alberi in città. Al problema dell’acqua ci penserà qualcun altro, no?

Ai Stories: La crema solare
Un quartiere senza alberi, un’idea stravagante e una città che impara a ridere sotto il sole
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