C’è chi il 31 dicembre lo vive come una rinascita e chi come una condanna sociale a divertirsi per forza. Questo articolo dà voce al popolo silenzioso che odia il Capodanno, rifiuta trenini, cenoni e ansie da prestazione festiva, e rivendica il diritto sacrosanto di non fare un cazzo senza sentirsi in colpa.
C’è un popolo silenzioso, umiliato e ogni anno puntualmente perseguitato. Non chiede molto: una coperta, il silenzio, magari una serie vista a metà e l’illusione che domani sia un giorno qualunque.
E invece no. Arriva lui. Il 31 dicembre.
Da una settimana aleggia nell’aria quella domanda di merda, pronunciata con falsa leggerezza ma con la violenza psicologica di un interrogatorio della CIA:
“Che fai a Capodanno?”
La risposta vera sarebbe una sola: niente.
Ma niente non è ammesso. A Capodanno DEVI fare qualcosa. Devi muoverti, uscire, spendere, brindare, urlare, sorridere come un deficiente. Altrimenti sei uno sfigato. Un fallito. Uno che probabilmente sta “riflettendo su se stesso” (che è il modo elegante per dire che non ha sbatti).
Uno che probabilmente mangia la pizza con l’ananas e applaude all’atterraggio dell’aereo.
Capodanno è la festa più inutile dell’anno perché arriva dopo che hai già dato tutto: fegato, stomaco, pazienza, dignità. Hai mangiato per sei giorni come un maiale in letargo e ora dovresti essere pure felice di rifarlo, pagando il triplo, seduto su una sedia scomoda, con la musica troppo alta e gente che non vedi mai ma che improvvisamente “ci teneva tantissimo”.
Sei già morto il 27 dicembre, ma no: devi risorgere, vestirti bene, sorridere e spendere 200 euro per mangiare la stessa roba di Natale, però più cara e servita peggio.
C’è chi vive il Capodanno come un evento salvifico. “Quest’anno cambia tutto.”
Certo. Cambia il calendario. Il resto resta una merda identica, con in più nuove tasse che entrano in vigore proprio il primo gennaio, mentre tu fai il trenino convinto di celebrare la rinascita dell’umanità.
E vogliamo parlare dell’ansia?
Ansia su che fare, con chi stare, cosa mettersi, dove andare, come tornare, quanto spendere, chi vomita per primo e soprattutto perché cazzo lo stai facendo..
Un incubo logistico degno di un piano militare NATO, solo per arrivare a mezzanotte e dire: “Ah. È uguale a prima.”
E poi gli auguri. Infiniti. Tossici. Ripetuti. Urlati.
“BUON ANNNOOOO!”
Che porta pure sfiga se non lo dici convinto. E devi ricambiare, che è come rispondere “grazie anche a lei” al medico che ti ha appena detto che seimesso male.
Capodanno è divertimento a comando. Devi divertirti. Devi essere felice.
Devi urlare “BUON ANNOOOO” a gente che odi anche durante il resto dell’anno.
Il conto alla rovescia è il momento più falso dell’anno: tutti che fissano un orologio aspettando che cambi una cifra per convincersi che qualcosa migliorerà. Spoiler: non migliora un cazzo. Sei lo stesso identico disgraziato di cinque minuti prima, solo più stanco.
Capodanno è una coglionata socialmente obbligatoria, costruita per spennare la gente, ammassarla come bestiame festante e farle credere che non partecipare sia un fallimento personale.
La vera ribellione sarebbe dirlo senza vergogna:
“Io Capodanno non lo festeggio.”
Altro che alternativi. Altro che radical chic. È puro istinto di sopravvivenza.
C’è chi lavora.
C’è chi vorrebbe dormire.
C’è chi prova a dormire ma viene bombardato dai botti del vicino imbecille che festeggia cercando di amputarsi una mano.
Alla fine Capodanno è questo:
una festa per chi ha bisogno di una data per ricordarsi di divertirsi.
Gli altri, i maledetti del 31 dicembre, aspettano solo che passi.
In silenzio.
Sotto il piumone.
Con l’unico brindisi sensato: all’1 gennaio, quando finalmente finisce ‘sta pantomima.


