Arezzo- Dopo l’epopea dello Scalandrino Rivoluzionario e la nascita ufficiale della Resistenza Antimmonnezza, dalla trincea di via Fogazzaro arriva una precisazione. Puntuale. Precisa. E, soprattutto, con 34 anni di anzianità di servizio olfattivo.
Perché sì, l’articolo era satirico, divertente, colorito. Ma – come ogni buona commedia degli equivoci – aveva qualche lacuna. A partire da un dettaglio che, in via Fogazzaro, non è affatto secondario: i numeri civici.
Non 2, ma 7 e 4.
E già qui la rivoluzione cambia indirizzo.
Via Fogazzaro, per chi non la conoscesse, non è un’astrazione letteraria ma una strada lunga circa 80 metri, abitata da sei palazzi, disposti in una geometria che potremmo definire “creativa”:
7 e 4,
9 e 6,
11 e 8.
La domanda sorge spontanea, ed è più filosofica che urbanistica: la metà dov’è?
Forse è finita nello stesso luogo metafisico dove, secondo alcuni lavoratori SEI (o ex AISA), la simmetria è opzionale.
Ed è proprio qui il punto: i cassonetti dovevano essere posizionati in modo simmetrico. Dovevano. Ma tra il dovevano e il sono stati messi, evidentemente, c’è entrata di mezzo la libera interpretazione spaziale.
L’ “informatore sicuramente” – come precisa il residente – da trent’anni viene sotto casa a buttare i rifiuti. Quindi più che una protesta estemporanea, quella di via Fogazzaro è una richiesta di alternanza, maturata con calma, pazienza e un curriculum di convivenza con la mondezza che pochi possono vantare.
Dopo 34 anni, non si chiede la luna, né l’intervento dell’ONU (per ora):
solo che, ogni tanto, i bidoni cambino lato.
Un po’ come il traffico alternato, ma con più bucce di banana.
E mentre lo scalandrino resta lì, ormai rassegnato a essere un simbolo storico, il proprietario – che si definisce “esaurito” con autoironia certificata, aggiunge chelo spirito critico dell’Ortica, quando serve la città, va bene. Anche quando poi torna indietro, sotto forma di satira.
Morale della favola?
La satira è sacrosanta.
La puzza è soggettiva.
La geometria urbana… discutibile.
Ma in via Fogazzaro, più che una rivoluzione, si chiede solo una cosa molto italiana, molto concreta, molto umana:
un po’ di alternanza. Anche per i bidoni.


