Partiamo sempre dai documenti. Il resto è il nostro modo di leggerli
📄 FONTE: Comunicato Fp Cgil
Ad Arezzo c’è un Comune solo, ma pare di stare al mercato del sabato: ognuno fa il prezzo suo. Da una parte la Fondazione Arezzo Intour, dall’altra la Fondazione Guido d’Arezzo. Turismo e cultura, sorelle sì… ma cresciute in case diverse.
E la FP CGIL sbotta: “Grande è la confusione sotto il cielo delle fondazioni”. Tradotto dal sindacalese all’aretino spiccio: qui ognuno canta per conto suo.
Il segretario Giacomo Nebbiai lo dice chiaro e tondo: non è questione di autonomia, è questione di coerenza. Perché alla Guido d’Arezzo l’accordo integrativo, come da contratto Federculture, l’hanno firmato. Alla Intour invece? Richieste, solleciti, incontri chiesti… e sempre porta chiusa.
Due fondazioni, stesso padrone (il Comune), ma diritti che vanno a corrente alternata.
E poi c’è la storia che fa più rumore di un tamburo in piazza: un lavoratore della Intour, inquadrato al ribasso per anni. Primo round al Tribunale di Arezzo perso. Ma in Appello a Firenze la musica cambia: la Corte ribalta tutto, riconosce il giusto inquadramento, ordina gli arretrati e pure le spese legali.
Insomma, per avere quello che spettava di diritto è servito arrivare fino ai giudici.
E qui viene il bello – o il brutto, dipende da che parte stai. Per sistemare un lavoratore ci vogliono anni e sentenze. Per cambiare contratto ai direttori? Basta una delibera. Alla Intour il direttore viaggia col contratto dei dirigenti del terziario. Alla Guido d’Arezzo è già scritto nero su bianco nel bando.
Due pesi e due misure, dice il sindacato. E la domanda, tra il serio e il faceto, è: ma il contratto Federculture vale solo quando fa comodo?
Secondo Nebbiai la faccenda è tutta lì: da una parte si stringe la cinghia sui dipendenti, tra sottoinquadramenti e integrativi che non arrivano; dall’altra si allarga il portafoglio per gli stipendi dei direttori.
E allora la Fp Cgil chiama in causa il sindaco: “Metti ordine”. Perché se il Comune è uno, anche le regole dovrebbero esserlo.
Ad Arezzo si dice che il vino buono sta nella botte piccola. Qui invece le botti son due… e il vino sa di confusione.


