Arezzo s’è svegliata tra le rose bianche e l’odore di campagna elettorale. Non è una sfilata alla Fashion Week di Milano, ma quasi: microfoni al posto dei fotografi, cronisti al posto delle influencer, e in mezzo lui, Giuseppe Angiolini, per tutti Sugar.
Sì, proprio lui. L’uomo che dalla moda ora punta al municipio. Da presidente della passerella a sindaco della piazza.
La scena parte soft: “Mettiamoci davanti a queste belle rose bianche”. Sembra l’inizio di una pubblicità di profumi, invece è la nascita di una candidatura. Con accanto l’architetto politico dell’operazione, Pasquale Giuseppe Macrì, che candidamente ammette: “Senza di lui non mi sarei mosso”. Tradotto: senza Sugar, qui si stava ancora a discutere di mozioni e correnti.
Intanto gli altri nomi in campo – tipo Emanuela Pisaniello – osservano. Perché questa non è una candidatura che si infila ordinata nello
schema destra-sinistra: questa “spariglia”. Parola ripetuta come un mantra. Spariglia, spariglia, spariglia. Più che una lista civica sembra una briscola calata sul tavolo.
Sugar lo dice chiaro: niente simboli, niente colori, niente etichette. “I colori nella moda cambiano, oggi va il rosso, domani il giallo”. In politica invece no, ma lui prova lo stesso a mischiare la tavolozza. Destra? Sinistra? “Chiunque!”. Basta che sia competente. Una rivoluzione ad Arezzo: l’assessore alla sanità che capisce di sanità. Roba da fantascienza amministrativa.
Il programma? In costruzione. Prima la Fashion Week, poi il piano per governare la città. Ordine delle priorità tutto suo: prima Milano, poi le buche. Ma attenzione, le buche non si ignorano. Solo che – dice – il problema non è solo la buca: è che se ci cadi, poi ti serve una sanità che funzioni. Visione integrata, come una collezione primavera-estate.
L’obiettivo è alto, altissimo. Fare di Arezzo una città internazionale. Più di Matera, più di Lucca, più di Siena. Insomma, separare tutti. Un’ambizione che manco alle sfilate in Piazza Grande prima del Covid. E se serve, si tira in ballo pure Achille Lauro per l’effetto glamour.
La narrazione è potente: partito da zero, azienda costruita, rinascita personale dopo un momento difficile. “Buttiamoci”, ripete. Un po’ slogan motivazionale, un po’ terapia pubblica, un po’ TED Talk in salsa aretina.
E mentre qualcuno già sogna coalizioni larghe, lui risponde come un imprenditore davanti al cliente: non importa da dove vieni, importa cosa porti. Se l’eccellenza di destra e sinistra si unisce, dice, “impazzirei”. E in effetti, ad Arezzo, sarebbe un evento più raro di un parcheggio libero in centro il sabato pomeriggio.
La promessa finale è da agenda personale: “Nel 2030 la città avrà un aspetto diverso”. Non l’Agenda 2030 dell’Europa, ma quella di Beppe Angiolini. Versione deluxe.
Intanto la città osserva. C’è chi applaude, chi storce il naso, chi aspetta di vedere se dalle rose bianche si passa all’asfalto nero (senza crateri lunari).
Di sicuro una cosa è successa: la campagna elettorale, finora tiepidina come un caffè dimenticato sul bancone, adesso ha alzato la temperatura.
E ad Arezzo, tra una buca e una sfilata, non ci si annoia più.


