La mattina dopo l’ultimo giorno di lavoro, Nello Graziani si alzò alle sette come sempre, si vestì come sempre, e andò al Bar Centrale in piazza Cavour come sempre. L’unica differenza era che non aveva nessun posto dove andare dopo.
Settantasei anni. Quarantotto di carriera notarile. Trentaduemila atti rogati, stimava lui, anche se il numero esatto era trentaduemilaseicentodue e lo sapeva benissimo. Aveva passato quasi mezzo secolo a custodire le intenzioni legali della gente di San Giovanni Valdarno: i testamenti, le compravendite, i divorzi consensuali, le donazioni. Sapeva di ogni famiglia i segreti ufficiali, quelli messi su carta e timbrati.
Al bar stringere la mano a Berto il barista fu automatico, un riflesso da mezzo secolo di strette di mano.
E in quel momento Graziani vide il testamento di Berto.
Non come una visione. Come un documento. Chiaro, nitido, impaginato. Berto intendeva lasciare il bar alla figlia minore Ginevra e non alla maggiore Serena, perché Serena aveva il carattere della madre e la madre gliene aveva fatte di tutti i colori. Alla moglie intendeva lasciare la casa ma non la cantina, perché in cantina c’erano le bottiglie di Brunello che aveva nascosto e se le lasciava a lei le avrebbe aperte tutte il giorno del funerale senza aspettare che si freddasse. Al nipote Marco intendeva lasciare l’orologio del nonno, non perché Marco lo meritasse, ma perché Marco non lo meritava e la cosa, dal punto di vista di Berto, aveva una sua giustizia poetica che era difficile da spiegare.
Graziani rimase con la mano di Berto in mano due o tre secondi di troppo.
“Tutto bene, notaio?”
“Sì” disse Graziani. Bevve il caffè in piedi senza aggiungere altro, pagò, uscì.
Gli altri tre erano già al solito tavolo quando tornò al bar il giovedì successivo.
Si erano ritrovati lì per caso le prime due volte, poi per abitudine, poi per necessità, che è il modo in cui si formano i gruppi veri. C’era Aldo Menci, sessantacinque anni, ex praticante del suo studio poi geometra, uomo dall’ansia strutturale e dalla parlantina difficile da arginare. C’era Vera Santini, settant’anni, ex maestra elementare, con gli occhiali spessi e l’abitudine di correggere chiunque dicesse qualcosa di impreciso, compreso il meteo. E c’era Osvaldo Ferrucci, sessantaquattro anni, ferramenta in via Roma, che parlava poco ma quando parlava aveva sempre ragione, il che è una combinazione rara e leggermente fastidiosa.
“Sei in ritardo” disse Vera.
“Sono esattamente in orario” disse Graziani.
“Aldo è arrivato con venti minuti d’anticipo e ha spostato il tuo punto di riferimento mentale.”
“Avevo una cosa da finire” disse Aldo, che non aveva niente da finire essendo in pensione da tre anni.
Graziani si sedette. Berto portò il caffè. Graziani tenne le mani sul tavolo, lontano dalla tazza.
“Stai bene?” disse Osvaldo, che di solito non chiedeva come stava la gente.
“Sto bene.”
“Hai una faccia strana.”
“Ho sempre questa faccia.”
“Sempre, sì. Ma oggi è più strana.”
Graziani guardò i tre. Poi disse: “Ho scoperto una cosa.”
Ci mise venti minuti a spiegarlo. Aldo lo interruppe quattro volte. Vera disse “questo è neurologicamente impossibile” due volte e poi smise di dirlo perché capì che non stava servendo a niente. Osvaldo non disse niente fino alla fine, poi disse: “Fammelo vedere.”
“No” disse Graziani.
“Perché no?”
“Perché non voglio sapere il tuo testamento.”
“E se io voglio che tu lo sappia?”
“Non cambia niente. Non è una cosa che si sceglie.”
“Come un’allergia” disse Aldo.
“Più come un’intercettazione” disse Vera. “Legalmente discutibile.”
“Non è legalmente niente” disse Graziani. “Non esiste una legge per questo.”
“Non ancora” disse Vera, con il tono di chi ha insegnato educazione civica per trent’anni e sa che le leggi arrivano sempre dopo i problemi.
Rimasero in silenzio. Berto passò con il panno a pulire il bancone. Graziani tenne le mani ferme sul tavolo.
“Allora” disse Aldo alla fine. “Cosa intende fare?”
“Niente” disse Graziani.
“Niente è difficile da fare” disse Osvaldo.
E aveva ragione, come al solito.
Nei giorni successivi Graziani portò i guanti di lana nonostante febbraio fosse insolitamente mite. Tenne le mani in tasca agli aperitivi. Quando il geometra Pallini lo abbracciò davanti al Coop, Graziani fece un passo indietro con una velocità che Pallini non si aspettava.
“Tutto bene, Nello?”
“Un po’ di artrite” disse Graziani.
Ma il guaio era che aveva già toccato troppe persone prima di capire cosa stava succedendo. Aveva stretto la mano al sindaco Ferri il giorno della pensione. Aveva abbracciato don Gallini alla messa domenicale. Aveva aiutato la signora Bruna Nenci a raccogliere le buste della spesa cadute davanti alla Coop.
Il testamento mentale del sindaco Ferri era tecnicamente un’opera d’arte della rancura amministrativa: intendeva lasciare la fascia tricolore non al vice sindaco Mancini ma direttamente all’archivio storico, con nota esplicativa che Mancini non la meritava perché a Mancini piaceva troppo portarla, e uno che ama troppo la fascia non è degno della fascia.
Il testamento di don Gallini era brevissimo. Intendeva lasciare tutto alla parrocchia tranne i libri, che intendeva bruciare. Non perché contenessero qualcosa di compromettente. Perché aveva passato la vita a dire alla gente di leggere e adesso che stava per morire non aveva voglia che qualcuno venisse a controllare cosa aveva letto lui.
Il testamento della signora Bruna Nenci era lungo come una querela. Sedici eredi potenziali, sedici trattamenti differenziati calibrati con chirurgica precisione su sedici anni di torti subiti. L’ultimo punto recitava: “e al mio funerale non voglio la gente che piange tanto. Chi vuole piangere può piangere a casa sua prima di venire”.
Il giovedì successivo al Bar Centrale, Graziani riferì tutto ai tre.
“Il sindaco è comprensibile” disse Vera. “Mancini ha portato la fascia a un matrimonio privato nel 2019. Ne ha ancora il segno.”
“Don Gallini mi sorprende” disse Aldo. “Pensavo fosse un uomo sereno.”
“I libri che hai letto ti definiscono più di quelli che hai scritto” disse Vera. “Lo sa anche lui.”
“La Nenci ha ragione sul funerale” disse Osvaldo. “La gente che piange ai funerali degli altri spesso non ha pianto ai propri.”
Graziani li guardò. “Voi tre non vi sembra strano che stiate analizzando i testamenti segreti dei concittadini come se fosse una riunione di condominio?”
“Un po’” disse Aldo.
“No” disse Vera.
“No” disse Osvaldo.
La voce si sparse in un modo che non riuscirono mai a ricostruire del tutto. Forse fu Aldo, che aveva la parlantina difficile da arginare. Forse fu semplicemente che in una città di diciassettemila abitanti i segreti hanno una velocità di diffusione superiore a quella del segnale wifi.
La gente cominciò a cercare Graziani con quella obliquità toscana che è il metodo preferito quando si vuole qualcosa di cui ci si vergogna un poco.
Il commercialista Rossi lo aspettò sotto casa con la scusa di una passeggiata casuale. “Notaio, mio fratello… mi chiedo solo se lui abbia intenzione di…”
“No” disse Graziani.
“Non le ho ancora detto di cosa…
“No.”
La signora Ida Tacconi lo fermò al mercato del lunedì con un approccio più diretto: “Notaio, mia sorella mi odia. Lo so. Ma voglio sapere quanto.”
“Non sono un termometro dell’odio familiare.”
“Ma potrebbe esserlo.”
Graziani si allontanò. Ma mentre si allontanava strinse per riflesso la mano che la Tacconi aveva allungato, e vide che la sorella non la odiava affatto. Intendeva lasciarle il bracciale d’oro della madre con una nota: “perché sei tu quella che assomiglia alla mamma, anche se fai finta di no”.
Non lo disse. Ma la sua faccia disse qualcosa.
“Qualcosa di buono, vero?” disse la Tacconi.
Graziani non rispose. Ma aveva una faccia che comunicava.
Il giovedì al bar, Aldo aprì un quaderno.
“Cosa fai?” disse Graziani.
“Prendo appunti.”
“Non prendere appunti.”
“Perché no? Suvvia, sono dati importanti. Andrebbero catalogati.”
“Sono i testamenti privati delle persone. Non sono dati.”
“Tutto è dati” disse Aldo con l’aria di chi ha sentito questa frase da qualche parte e l’ha adottata senza verifica.
“Chiudi il quaderno” disse Vera. “Graziani ha ragione. Non si cataloga. Si ascolta e si tiene.”
Aldo chiuse il quaderno con l’espressione di chi obbedisce ma non è convinto.
“Il problema” disse Osvaldo, che stava guardando fuori dalla vetrina verso la piazza, “è che la gente ha capito che lei fa le facce.”
“Non faccio le facce.”
“Fa le facce, notaio” disse Vera. “Le faceva già quando era notaio. Adesso le fa di più. Forse perché non deve più fingere la neutralità professionale.”
“Quale faccia faccio?”
“Dipende dal testamento” disse Aldo, riaprendo il quaderno di nascosto. “Per quelli vendicativi fa così” imitò una smorfia leggermente disgustata. “Per quelli tristi fa così” imitò un’espressione di chi ha capito qualcosa che non voleva capire. “Per quelli belli fa così.”
“E come faccio per quelli belli?”
I tre si guardarono.
“Come uno che vorrebbe dire una cosa ma sa che non tocca a lui dirla” disse Osvaldo.
Il problema concreto si presentò a marzo, quando Graziani strinse la mano a Aldo per salutarlo uscendo dal bar e vide il suo testamento.
Si fermò sul marciapiede.
Aldo lo guardò. “Cosa.”
“Niente.”
“Ha visto il mio testamento.”
“Sì.”
“E?”
Graziani rimase in silenzio. Poi disse: “Hai intenzione di lasciare lo studio di geometra a tuo figlio.”
“Certo. È ovvio.”
“Non è ovvio. Tuo figlio fa altro.”
“Fa il grafico. Ma il geometra è una professione seria, con uno studio avviato—”
“Aldo.”
“Cosa.”
“Nel testamento c’è una nota.”
Aldo aspettò.
“Dice che sai benissimo che lui non lo vuole. E che glielo lasci lo stesso perché vuoi che abbia qualcosa di concreto, qualcosa di sicuro, nel caso in cui il mondo cambiasse e il grafico non bastasse più.” Graziani si fermò. “Dice anche che non glielo hai mai spiegato. La nota.”
Aldo non disse niente per un momento. Poi disse: “È un testamento. Si legge dopo.”
“Sì” disse Graziani. “Ma lui è vivo adesso.”
Aldo rimase sul marciapiede. Graziani andò verso casa.
Tre giorni dopo Aldo disse al bar, senza contesto, senza preambolo: “Ho parlato con mio figlio.”
Nessuno chiese com’era andata. La faccia di Aldo lo diceva.
Il caso che cambiò tutto fu quello di Osvaldo Ferrucci, che era venuto da Graziani non per sé ma per suo padre.
Il padre aveva novantuno anni, era lucidissimo, e non aveva mai fatto testamento. Osvaldo era terrorizzato che morisse intestato e che la casa di campagna finisse in una disputa con il cugino di Pistoia che si era fatto vivo solo due anni prima dopo vent’anni di silenzio.
“Non posso aiutarla formalmente” disse Graziani. “Non esercito più.”
“Lo so. Ma volevo solo… capire.”
“Suo padre sa che lei ha questa preoccupazione?”
“Non gliene ho mai parlato.”
“Le consiglio di farlo.”
“Ma se poi lui”
“Osvaldo” disse Graziani, usando il nome di battesimo per la prima volta in trent’anni di conoscenza. “Suo padre ha novantun anni. È lucido. Qualunque cosa abbia in testa, è già lì. L’unica cosa che può ancora cambiare è se lei glielo dice o no.”
Osvaldo rimase in silenzio.
“Gli dica che la casa di campagna lei la vuole tenere. Non per i soldi.”
“Per cosa, allora?”
“Per i pomeriggi di settembre quando ci andavate a raccogliere le castagne.”
Osvaldo lo fissò. “Come sa delle castagne?”
Graziani non rispose. La sua faccia disse qualcosa.
Vera fu l’ultima del gruppo a cui Graziani vide il testamento, e fu involontario come sempre: una mattina di aprile, lei scivolò sul marciapiede bagnato davanti al bar e lui la prese per un braccio.
Rimase fermo un momento, tenendola.
“Grazie” disse Vera, raddrizzandosi. Poi lo guardò. “L’ha visto.”
“Sì.”
“E?”
Graziani la guardò. Vera aveva gli occhi di chi ha già deciso di non avere paura della risposta.
“Intendi lasciare i tuoi diari scolastici a un alunno specifico” disse Graziani. “Daniele Gori, terza elementare, 1991.”
Vera non batté ciglio. “È il più intelligente che abbia mai avuto. Non ha finito le scuole. Fa l’idraulico.”
“Lo so.”
“Non gliel’ho mai detto.”
“Lo so anche questo.”
Vera rimase ferma sul marciapiede. Poi disse: “Nel testamento c’è qualcos’altro?”
“Sì.”
“Cosa?”
“Vuoi lasciare anche una lettera. Ai tuoi alunni in generale. Dice che insegnare è stato l’unica cosa che hai fatto nella vita in cui eri sicura di essere nel posto giusto.”
Vera aggiustò gli occhiali. “Posso scriverla adesso, quella lettera. Non devo aspettare di morire.”
“No” disse Graziani. “Non devi.”
Entrarono al bar. Aldo e Osvaldo erano già al tavolo.
“Allora” disse Aldo guardandoli. “Cos’è successo?”
“Niente” dissero Graziani e Vera insieme.
Osvaldo li guardò entrambi. Non disse niente. Ma la sua faccia disse qualcosa.
I quattro rimasero seduti in silenzio per un momento, con i caffè, in piazza Cavour, mentre San Giovanni Valdarno faceva le cose di tutti i giorni intorno a loro.
Era, pensò Graziani, un bel posto dove stare.
“EPILOGO” (Quattro anni dopo)
Il quaderno era diventato sette quaderni. Poi Fernanda aveva convinto Graziani a trascriverli al computer, il che aveva richiesto sei mesi perché Graziani non sapeva usare il computer e aveva dovuto farselo insegnare dal nipote Samuele, quattordici anni, pazienza sorprendente.
Il libro si chiamava “Testamenti” e lo aveva pubblicato un piccolo editore di Arezzo quasi per sbaglio, convinto che fosse un saggio di diritto successorio. Erano racconti. Anonimizzati, ricomposti, scritti in quella prosa secca e precisa di chi ha passato una vita a mettere le virgole dove bisognava.
Diventò un caso letterario minore ma tenace. Un giornalista di Repubblica lo definì “il più onesto libro sull’Italia provinciale degli ultimi vent’anni”. Una casa editrice milanese lo ristampò con una copertina che Graziani trovò bruttissima ma non disse niente perché Fernanda gli aveva spiegato che non era il momento.
La domanda che tutti facevano era: come aveva fatto a sapere quelle cose? Lui rispondeva sempre la stessa: “Quarant’anni di notariato. La gente parla. Basta ascoltare.” Non era falso. Non era del tutto vero.
Aldo scrisse la prefazione al libro. Era lunga quattro pagine e conteneva tre errori di fatto che Vera corresse in rosso prima della stampa. Aldo disse che le correzioni miglioravano il testo. Vera disse che le correzioni correggevano il testo, che non è la stessa cosa. Andarono avanti così per un’ora. Osvaldo guardò fuori dalla finestra.
Osvaldo andò a raccogliere le castagne con suo padre nell’autunno di quell’anno. Lo disse a dicembre, al bar, senza essere stato chiesto.
“Come è andata?” disse Graziani.
“Ha piovuto. Ci siamo bagnati. Castagne pochissime. Poi ci siamo fermati sotto un castagno ad aspettare che smettesse.”
“E?”
“Niente. Stavamo lì. Lui ha detto che il castagno era lo stesso di quando ero bambino. Io ho detto di sì. Lui ha detto che certe cose non cambiano.” Osvaldo si fermò. “Quando siamo tornati ha chiamato un notaio.”
Graziani annuì.
“Come lo sapeva?” disse Osvaldo.
“Non lo sapevo” disse Graziani. “Lo speravo.”
Vera scrisse la lettera ai suoi ex alunni. La mandò per posta, a mano, a quelli di cui riuscì a trovare l’indirizzo. Quarantasette lettere. Trentuno risposero. Daniele Gori, l’idraulico, rispose con una telefonata di venti minuti in cui non riuscì a finire quasi nessuna frase. Vera disse che andava bene lo stesso.
Il potere, nel frattempo, aveva subito alcune modifiche. Graziani non vedeva più ogni testamento a ogni stretta di mano. Solo alcuni. Quelli urgenti, sembrava. Quelli di chi aveva ancora tempo per cambiare qualcosa.
L’ultimo era stato quello di Berto il barista, che stava male. Graziani era andato al bar un mercoledì mattina, aveva stretto la mano a Berto, e aveva visto che il testamento era cambiato. Berto intendeva lasciare il bar a entrambe le figlie, in parti uguali. Con una nota: “siete diverse ma siete tutte e due mie”.
“Come stai, Berto?”
“Non benissimo, notaio.”
“Se hai bisogno di un notaio” disse Graziani, “conosco uno di Firenze che lavora bene.”
Berto lo aveva guardato con la faccia di chi sa che l’altro sa.
“Ci penserò” disse.
In un modo che significava: sì.
L’ultimo giovedì di novembre i quattro erano al solito tavolo. Fuori pioveva. La piazza era vuota. Berto aveva messo le luci calde del bar, quelle che usa d’inverno, e il posto aveva quell’aria chiusa e tiepida dei luoghi dove si sta bene senza doverlo dire.
Aldo stava parlando di qualcosa. Vera lo stava correggendo. Osvaldo guardava fuori.
Graziani teneva le mani sul tavolo, vicino alla tazza.
Non stava toccando nessuno. Non stava vedendo nessun testamento. Stava solo guardando i tre: Aldo con il quaderno che apriva e chiudeva, Vera con la matita dietro l’orecchio, Osvaldo con quella faccia da chi ha sempre ragione e non ne fa un vanto.
Pensò che avrebbe potuto stringere le mani a tutti e tre e leggere cosa intendevano lasciare. Ma lo sapeva già, in un certo senso. Lo sapeva senza toccarli.
Aldo avrebbe lasciato il quaderno degli appunti, probabilmente. Pieno di cose imprecise e sincere.
Vera avrebbe lasciato le correzioni in rosso, probabilmente. Che erano il suo modo di dire che le importava.
Osvaldo avrebbe lasciato il silenzio giusto al momento giusto, probabilmente. Che è la cosa più rara da lasciare.
Graziani prese la tazza. Bevve il caffè.
Fuori pioveva su San Giovanni Valdarno. Dentro era caldo.
Alcuni testamenti non hanno bisogno di essere letti. Sono già lì, ogni giovedì mattina, al tavolo di sempre, nel posto dove la gente si siede quando non ha nessun posto dove andare e ha trovato, senza cercarlo, il posto migliore del mondo.
Marco Grosso


