Il millimetro che mancava lo trovò un martedì di gennaio, alle otto e tredici del mattino, prima che aprissero al pubblico.
Elsa Ninci aveva sessantatré anni, trentuno dei quali passati a custodire la Madonna del Parto nel museo di Monterchi. Conosceva ogni millimetro di quella stanza: la temperatura che d’estate saliva di tre gradi tra le dieci e le undici, la crepa sul lato nord del pavimento che nessuno aveva mai riparato davvero, il momento esatto in cui la luce del pomeriggio entrava dalla finestra laterale e cadeva sul ventre della Madonna in un modo che Piero della Francesca non aveva previsto e che forse avrebbe apprezzato.
Quel mattino, come ogni mattino da undici anni, tirò fuori dal cassetto il calibro digitale. Era il modello che usano i dentisti, prestato nel 2013 da Franco Nardi che faceva l’elettricista e aveva smesso di fare domande dopo la terza volta che lei glielo chiedeva in prestito.
Misurò. Registrò. Rimise il calibro nel cassetto.
Il ventre della Madonna era cresciuto di zero virgola quattro millimetri rispetto alla settimana precedente.
Elsa aprì il quaderno, trovò la riga del giorno, scrisse il numero. Poi controllò l’ultima colonna.
Il nome che ci aveva scritto era: Ginevra Masi, ventotto anni, via del Pozzo Vecchio. Chiuse il quaderno. Aprì il museo.
Alle undici Ginevra Masi entrò con sua madre. Girò la stanza lentamente, si fermò davanti alla Madonna più a lungo del solito, e quando si girò per andarsene aveva una mano appoggiata leggermente sul fianco, come per caso, come se stesse controllando qualcosa che non sapeva ancora di stare controllando.
Elsa non disse niente. Non lo diceva mai.
Il mercoledì sera i quattro si ritrovarono come al solito nella stanza depositi, dopo l’orario di chiusura.
C’era Wilma, che era la sua collega da diciannove anni e aveva saputo per prima perché era presente la sera in cui Elsa aveva commesso l’errore di misurare ad alta voce. C’era don Sergio, il parroco, che sapeva dal 2016 e che da allora corrispondeva con un teologo di Bologna usando una serie di domande ipotetiche sempre più difficili da ipoteticizzare. C’era Ida Buti, che gestiva lo sportello turistico del comune e sapeva dal 2018, e che aveva portato come ogni volta la torta di patate che faceva sua madre.
Elsa riferì di Ginevra Masi.
«Ventitré» disse. «Dall’inizio del quaderno. Ventitré predizioni, ventitré gravidanze.»
«Hai controllato che il numero fosse stabile?» disse Wilma. «L’oscillazione di questa settimana è diversa dalle altre.»
«Zero virgola quattro. È dentro la varianza.»
«Le prime due Masi erano zero virgola cinque.»
«Zero virgola quattro è dentro la varianza» ripeté Elsa.
«I numeri entrano sempre nella varianza se la varianza la decidi tu.»
«Wilma» disse Ida.
«Ho solo detto che bisogna stare attenti. Ventitré su ventitré è una serie che fa paura. Le serie che fanno paura prima o poi si rompono.»
«Non questa» disse Elsa.
Wilma non rispose. Teneva la tazza stretta, non beveva.
Don Sergio mangiò un pezzo di torta di patate. Aveva l’aria di chi aspetta il momento giusto da dieci minuti. «Ho risposto al teologo di Bologna» disse. «Gli ho chiesto se esiste, nella tradizione, un caso in cui l’immagine sacra partecipa alla realtà che rappresenta. Non come simbolo. Come presenza attiva.»
«E?» disse Ida.
«Mi ha scritto quattro pagine. La risposta breve è: sì, esiste. La risposta lunga è che nessuno lo dice ad alta voce dal Concilio di Nicea perché è teologicamente scomodo.»
«Scomodo come» disse Wilma.
«Scomodo come una Madonna che fa cose» disse don Sergio. «Senza passare dalla diocesi.»
Rimasero in silenzio. Il silenzio di ogni mercoledì, che non era più stupore da anni ma qualcosa di più pesante e più caldo insieme.
«E il quaderno» disse Ida. «Hai deciso?»
«A Wilma» disse Elsa.
Wilma posò la tazza. «No.»
Elsa la guardò.
«Non lo voglio» disse Wilma. «Non sono la persona giusta.»
«Sei l’unica che sa usare il calibro.»
«Lo sai usare anche tu e non ti ha resa la persona giusta. Ti ha resa la persona necessaria. Non è la stessa cosa.» Wilma si alzò, raccolse il cappotto. «Ci pensi ancora. Hai tre settimane.»
Uscì. Don Sergio guardò la porta chiusa. «Ha ragione» disse.
«Su cosa» disse Elsa.
«Su tutto, probabilmente. Come al solito. È irritante.»
Ida tagliò un altro pezzo di torta senza essere stata chiesta e lo mise nel piatto di Elsa. Non disse altro.
Il nipote si chiamava Giacomo, aveva ventotto anni e lavorava per una società di analisi dati a Siena. Elsa lo chiamò il giovedì successivo con una scusa credibile: stava sistemando delle carte, aveva trovato una serie di misurazioni che non riusciva a interpretare, poteva darle un’occhiata.
Giacomo disse di sì. Elsa gli mandò solo i numeri: una colonna di date, una di valori in millimetri, undici anni. Nessuna spiegazione.
Giacomo la richiamò il sabato sera.
Elsa era in piedi alla finestra della cucina quando squillò il telefono. Rimase lì, guardando via del Borgo buia.
«Zia. Questi dati da dove vengono?»
«Da qualcosa che misuro al lavoro.»
«Ci sono due segnali sovrapposti» disse Giacomo. «Le oscillazioni brevi le avrai già viste tu. Ma sotto c’è una tendenza lunga che scende. Lentissima. Ho dovuto separarla dal rumore per trovarla.» Una pausa. «Al ritmo attuale, tra ventinove anni il valore base tocca lo zero.»
Elsa non disse niente.
«Zia, cosa stai misurando?»
«Qualcosa di vecchio» disse Elsa. «Grazie, Giacomo.»
«Ma»
Riattaccò.
Rimase alla finestra. Via del Borgo era vuota. Monterchi di notte è silenziosa come pochissimi posti al mondo.
Il giorno dopo aprì il museo come al solito alle nove. Andò davanti alla Madonna. Rimase ferma, il calibro in mano, senza misurare.
Aveva misurato per undici anni pensando che il fenomeno riguardasse Monterchi. Adesso guardava il ventre della Madonna e vedeva qualcosa che non aveva mai considerato: seicento sessantasei anni di gestazione, impercettibile, costante. Una gravidanza così lunga che a nessuno era mai venuto in mente di chiamarla tale.
Tra ventinove anni sarebbe finita.
Wilma aveva ragione. Non era una questione di saper usare il calibro.
Quel pomeriggio andò allo sportello turistico a trovare Ida.
«Ho cambiato idea sul quaderno» disse.
Ida alzò gli occhi. Dietro di lei, Sofia stava facendo i compiti sul tavolo con la lingua leggermente fuori.
«A chi.»
«Sofia.»
Ida rimase ferma. Non guardò sua figlia. Guardò Elsa. «Quanti anni mancano.»
«Ventinove. Forse trenta.»
Ida chiuse gli occhi un secondo. Quando li riaprì aveva quell’aria di chi ha già deciso ma voleva ancora un momento prima di dirlo ad alta voce. «Lei adesso non capisce.»
«No. Capirà quando deve.»
«E se non capisce?»
«Capisce» disse Elsa. «L’ho vista fare i conti in testa prima che la maestra finisse la domanda. Capisce.»
Ida guardò sua figlia. Sofia scriveva con la stessa concentrazione di sempre, incurante di tutto. «Va bene» disse Ida. La voce era ferma. Solo le mani sul bancone non lo erano del tutto.
Lavorarono insieme per due pomeriggi. Elsa insegnò a Sofia come tenere il calibro, come appoggiarlo senza toccare la superficie del dipinto, come leggere il numero e scriverlo nella riga giusta. Sofia imparò in fretta, con quella precisione fisica che hanno certi bambini che non sanno ancora di averla.
«Perché la misuri?» chiese Sofia il secondo pomeriggio.
«Per sapere come sta» disse Elsa.
«Come fai con un malato.»
«Sì. Come fai con un malato.»
«Ma lei non è malata.»
«No. È in attesa.»
Sofia ci pensò. «Anch’io aspetto sempre cose. La fine della scuola. L’estate. Il compleanno.»
«Esatto» disse Elsa. «È la stessa cosa.»
L’ultimo giorno di lavoro, Elsa Ninci arrivò al museo alle sette e cinquantacinque. Aprì il deposito, prese il calibro, andò davanti alla Madonna.
Misurò per l’ultima volta. Scrisse il numero. Chiuse il quaderno.
Sulla prima pagina, dove aveva sempre lasciato solo la data d’inizio, scrisse quattro righe:
Misura ogni mese, sempre lo stesso giorno, sempre la stessa ora. Non serve capire subito perché. Quando sarà il momento, capirai. Non manca molto. Sii lì.
Lasciò il quaderno e il calibro nel cassetto, con sopra una busta con il nome di Sofia.
Wilma trovò la busta quella mattina e la portò allo sportello turistico senza fare domande. Conosceva Elsa da vent’anni. Sapeva quando non fare domande.
EPILOGO
(Ventotto anni dopo)
Sofia Buti aveva trentasei anni e insegnava storia dell’arte al liceo di Sansepolcro. Ogni primo mercoledì del mese entrava nel museo di Monterchi prima dell’apertura e misurava.
Lo faceva da quando aveva sedici anni, quando aveva riletto il quaderno di Elsa per la terza volta e aveva capito cosa stava guardando. Nel mezzo c’era stata l’università, una tesi sul restauro dei pigmenti in Piero della Francesca scritta in parte per poter studiare la Madonna da vicino, un marito che aveva accettato la cosa con una facilità che ancora la sorprendeva, e una figlia di nove anni che si chiamava Elsa.
Il numero di quel mercoledì era zero virgola tre.
Sofia rimase ferma davanti alla Madonna qualche minuto. Il ventre era impercettibilmente diverso dalle fotografie del museo scattate trent’anni prima: più piatto, in un modo che nessun restauratore aveva saputo spiegare e che la Sovrintendenza aveva classificato come “variazione entro margini di stabilità del supporto pittorico”.
Aprì il telefono. Chiamò sua figlia.
«Elsa.»
«Mamma sono a scuola.»
«Lo so. Dopo scuola vieni al museo. Porta un quaderno.»
Una pausa. «Quello delle misurazioni?»
«Uno nuovo» disse Sofia. «Il tuo.»
Riattaccò. Rimise il calibro nel cassetto. Si sedette sulla panchina al centro della stanza e guardò la Madonna: il ventre quasi al termine, gli angeli specchiati che tenevano aperta la tenda da seicento anni, quella luce ferma che Piero aveva costruito con la calce e il tempo e qualcosa che non aveva ancora un nome.
Pensò a Elsa Ninci che misurava da sola alle otto del mattino mentre Monterchi dormiva.
Zero virgola tre.
Tra qualche mese il numero sarebbe stato zero. Cosa succedeva dopo, Sofia non lo sapeva. Ma qualcuno doveva stare lì con gli occhi aperti e le mani ferme, e quel qualcuno adesso aveva nove anni e si chiamava come la donna che aveva cominciato tutto.
Fuori Monterchi faceva le cose di tutti i giorni. Dentro era silenzioso.
La Madonna aspettava, come sempre.
Ma adesso mancava poco.
Marco Grosso


