Il punto dell’Ortica
C’è un dettaglio nel comunicato della Polizia di Stato sull’arresto del 59enne aretino accusato di detenzione di materiale pedopornografico che quasi tutta la stampa locale ha lasciato cadere con sorprendente delicatezza.
Non si tratta di una voce raccolta al bar, di una confidenza anonima o di un’indiscrezione arrivata attraverso il solito cugino bene informato.
La nota ufficiale scrive chiaramente che l’indagato è un “giornalista locale”.
E allora la domanda è inevitabile: perché, nel riportare la notizia, quasi tutti hanno scelto di non menzionarlo?
La prudenza, in una vicenda tanto grave quanto delicata, è doverosa. La presunzione di innocenza è un principio che deve valere sempre, anche quando gli elementi contestati suscitano orrore e indignazione. Le responsabilità dell’uomo dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie competenti.
Ma qui non si discute della pubblicazione del nome, della fotografia, dell’indirizzo di casa o dell’elenco dei familiari. Si discute di una qualifica professionale contenuta nero su bianco in un comunicato ufficiale della Polizia di Stato.
Soltanto un quotidiano locale ha richiamato il rapporto dell’uomo con il giornalismo. Lo ha fatto, però, con una formula assai più sfumata:
“È un dipendente pubblico, infermiere, sposato e padre di famiglia. Insospettabile. Coltiva anche altri interessi tra i quali la comunicazione (in passato giornalista pubblicista)”.
Una descrizione molto diversa da quella utilizzata dalla Polizia.
“Coltiva interessi nella comunicazione” sembra la presentazione di chi, nel tempo libero, cura il giornalino della bocciofila. La precisazione “in passato giornalista pubblicista”, inserita tra parentesi, riduce ulteriormente il peso della notizia e lascia intendere che la qualifica non sia più attuale.
Può darsi che il quotidiano abbia svolto verifiche aggiuntive e abbia accertato che l’uomo non sia più iscritto all’Ordine o non eserciti più attività giornalistica. In quel caso sarebbe una precisazione legittima e utile. Resta però evidente la distanza tra la formulazione ufficiale, “giornalista locale”, e quella scelta dal giornale, decisamente più morbida.
Gli altri organi di informazione, invece, hanno preferito non riportare affatto il particolare.
La professione dell’indagato può certamente essere considerata non essenziale rispetto al reato contestato. Ma il dubbio nasce dal confronto con il trattamento riservato abitualmente alle altre categorie.
Quando in una vicenda giudiziaria viene coinvolto un medico, un insegnante, un imprenditore, un commerciante, un dipendente comunale o un appartenente alle forze dell’ordine, la professione compare spesso nel titolo, nel sottotitolo e nelle prime righe dell’articolo.
Talvolta anche quando non aggiunge molto alla comprensione dei fatti.
Quando il protagonista appartiene, o è appartenuto, al mondo dell’informazione, improvvisamente il mestiere diventa un dettaglio marginale, da attenuare, mettere tra parentesi o eliminare del tutto.
Sarà una coincidenza. E le coincidenze, nelle redazioni, hanno spesso un tempismo impeccabile.
Il problema non è infierire su un uomo che, allo stato attuale, è indagato e deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva.
Il problema è il metro con cui viene raccontata la realtà.
Se una notizia viene selezionata, alleggerita o ripulita in base alla professione del protagonista, la questione non riguarda più soltanto il fatto di cronaca. Riguarda la credibilità di chi informa.
Essere giornalisti non dovrebbe significare appartenere a una corporazione protetta, pronta a usare la lente d’ingrandimento sugli altri e il filtro sfocato quando deve guardare al proprio interno.
La categoria chiede trasparenza alle istituzioni, alla politica, alle aziende, agli amministratori e a chiunque finisca sotto i riflettori. È una richiesta giusta. Ma la trasparenza perde valore quando viene praticata soltanto a senso unico.
A L’Ortica abbiamo scelto di riportare il dettaglio attribuendolo chiaramente alla fonte:
Nel comunicato diffuso dalla Polizia di Stato, il 59enne viene indicato come giornalista locale.
Niente processo anticipato. Niente caccia all’uomo. Niente nome pubblicato.
Soltanto un’informazione presente nella comunicazione ufficiale e riportata per intero.
Non sappiamo se l’uomo esercitasse ancora la professione, se fosse ancora iscritto come pubblicista o se la sua attività giornalistica appartenesse ormai al passato. Questo richiede verifiche ulteriori e non autorizza supposizioni.
Sappiamo però che la Polizia di Stato ha ritenuto quella qualifica meritevole di essere inserita nella nota.
E sappiamo che quasi tutta la stampa locale ha ritenuto opportuno farla sparire.
Forse per prudenza. Forse per evitare un’identificazione indiretta. Forse per una scelta editoriale. Oppure per quel riflesso di categoria che porta a raccontare tutto, purché non riguardi troppo da vicino chi racconta.
La stampa deve avere il coraggio di fare le pulci al potere, ma anche di guardarsi allo specchio senza abbassare gli occhi.
Perché la trasparenza non può essere una medicina da prescrivere sempre agli altri.


