È stato presentato “Il Chiodo Fisso Agricoltura sociale”, progetto che coinvolge le aree di Arezzo e della Valdichiana con l’obiettivo di utilizzare le aziende agricole non soltanto come luoghi di produzione, ma anche come spazi per l’inclusione, la formazione e il sostegno alle persone fragili.
Capofila dell’iniziativa è l’azienda agricola Taverni Silvia. Il progetto mette insieme agricoltura, tutela della biodiversità e servizi alla persona, attraverso una rete che coinvolge istituzioni, terzo settore e realtà impegnate nel sociale.
Una delle principali attività riguarda l’organizzazione di percorsi diurni inclusivi negli spazi delle aziende agricole, destinati a persone in condizioni di fragilità. L’obiettivo è offrire occasioni di relazione, partecipazione e autonomia in un ambiente rurale e naturale.
Al progetto collaborano anche i Comuni di Arezzo e Castiglion Fiorentino, con l’integrazione delle attività agricole all’interno della rete dei servizi socio-sanitari.
«Questo progetto rappresenta una risposta concreta ai bisogni del nostro territorio, dimostrando come l’agricoltura possa evolversi e farsi carico del benessere della comunità», spiega la presidente di Coldiretti Arezzo Lidia Castellucci.
Un secondo filone riguarda i percorsi esperienziali e formativi. “Il Chiodo Fisso” prevede infatti attività rivolte a persone fragili e collaborazioni con enti che seguono soggetti inseriti in programmi di giustizia riparativa.
Tra gli aspetti più innovativi figura inoltre l’integrazione di alcune attività di agricoltura sociale con i piani terapeutici dei pazienti. È quella che nel progetto viene definita “terapia nel verde”: l’utilizzo dell’ambiente agricolo come spazio complementare per favorire relazioni, responsabilità, partecipazione e benessere.
La rete coinvolge, tra gli altri, l’UILDM, Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, e l’UEPE, Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Arezzo.
«La forza di questa iniziativa risiede nella rete di collaborazioni che siamo riusciti a costruire», sottolinea il direttore Raffaello Betti. «Mettere insieme terzo settore, istituzioni, percorsi di giustizia riparativa e realtà come UILDM e UEPE significa trasformare l’agricoltura in uno strumento concreto di coesione sociale».
Per Silvia Taverni, titolare dell’azienda agricola capofila, l’obiettivo è mettere l’esperienza dell’impresa a disposizione della comunità: «L’azienda agricola diventa spazio vivo di accoglienza, relazione e benessere».
Il progetto prova dunque a dare all’agricoltura una funzione ulteriore rispetto a quella produttiva: creare occasioni di inclusione e ridurre l’isolamento, soprattutto nelle aree rurali. Per una volta, insomma, il “chiodo fisso” non è un’ossessione: è provare a piantare qualcosa che, oltre alle colture, faccia crescere anche comunità.


