Il vero padre della prima consapevolezza chiara dell’unità spirituale di questa terra a forma di stivale fu Dante, il guelfo bianco. Un’Italia lacerata, predata, devastata, spregiata e destinata al dominio straniero; onorata dai suoi figli migliori, vilipesa e saccheggiata dai suoi figli peggiori, costretta a una condizione servile.
Dante fu certamente un gigante dell’arte, demiurgo e costruttore di un universo, ma fu anche scienziato, un principe della precisione. Questo aspetto emerge nella sua immortale poesia, dove spicca un elemento fondamentale: la cronologia.
Il “viaggio” della Divina Commedia inizia nella concezione medievale nel 1266, ovvero 34 anni dopo la morte di Cristo, mentre nel nostro calendario storico si colloca nel 1300, anno in cui Bonifacio VIII indisse il Giubileo.
Il viaggio dura una settimana: dal 8 al 14 aprile, o dal 25 al 31 marzo, secondo le indicazioni fornite dal diavolo Malacoda sui ponti crollati tra la quinta e la sesta bolgia. La notte in cui Dante si perde e, dopo 24 ore con Virgilio, raggiunge il centro della Terra, dove si trova Lucifero, e passa nell’emisfero australe (dove è ancora giorno, ma con 12 ore di differenza), rivela una conoscenza astrofisica del poeta così avanzata da poterlo paragonare agli scienziati rinascimentali.
Indiscutibilmente, Dante fu anche un uomo di scienza e un politico lungimirante. Nel suo volgare italiano, cercò di unire il popolo di questa derelitta penisola, poiché l’unione politica è fondata sull’unità della lingua. Gli Stati multilingue, cara Europa, sono solo Stati minori. Senza unità linguistica, non c’è Stato, e senza Stato, non c’è unione.


