Eravamo nel terzo dei sedici container predisposti come rifugio antiatomico. Nove persone, che al momento del bagliore apparso al di là della collina di Santa Maria, verso ovest, si trovavano a transitare davanti al nuovo stadio di Arezzo.Le autorità, dopo l’aggravarsi della situazione in Polonia, avevano disposto per la città di Arezzo 27 rifugi simili. Uno di questi si trovava in Piazzale Gramsci: una struttura a forma di croce celtica, con tre quadrati per ogni asse, uniti da soffietti e dotati di aeratori sintetici autonomi, alimentati ad azoto e ossigeno liquido, con una riserva sufficiente per almeno un mese.
Eravamo ormai allenati e preparati a ogni evenienza. La porta ermetica si apriva a distanza, in base ai segnali emessi dal centro di comando della difesa nucleare comunale. Restammo in attesa di informazioni tramite i monitor predisposti, osservando attraverso le finestre telecamerate cosa stava accadendo fuori.
Notiziario nei containers
Due bombe erano state lanciate dagli Houthi yemeniti con missili di ultima generazione, forniti da Putin. Una aveva colpito Perugia, l’altra Siena. I morti nelle due città erano moltissimi, come anche ad Arezzo, sebbene in altre città italiane la contaminazione fosse stata meno grave.
Il terzo giorno
Erano passati due giorni e due notti da quando la porta ermetica del container numero uno si era aperta. Laura e Veronica piangevano ancora: una per la lontananza del fidanzato, rinchiuso in un rifugio a Milano; l’altra, convinta della morte dei suoi cari, che non rispondevano al telefono.


