Nel 1836, durante la primavera, dalle terre di Albuquerque, nel Nuovo Messico, fino al confine con l’Arizona, si mise in viaggio Makhpiya Pink. Era un uomo un po’ strano, che usava tingersi i capelli con creme ricavate da polveri essiccate di fiori della prateria. Lo chiamavano Nuvola Rosa, e così desiderava essere chiamato.
Con il suo cavallo pezzato nero e bianco, Barros, si diresse verso il grande deserto rosso dello Utah. (Barros, peraltro, non volle nemmeno dare un’occhiata alla Valle dei Monumenti, probabilmente perché non capiva l’italiano e, ancor più, perché in quella zona c’era poca acqua). Dopo aver attraversato il deserto, raggiunse l’accampamento dei Navajo a Bandiera, l’attuale Flagstaff. Qui trovò riparo e ospitalità nella tenda di Nuhkeio (di cui il significato del nome resta ignoto). Si rifocillò con un pezzo di costata di tatanka e, dopo due giorni di riposo e buona cucina, riprese il cammino.
Proseguì verso un passo ancora innevato, costeggiando l’altopiano del Grand Canyon, e risalì fino a un’area dove, molti anni dopo, sarebbe stata costruita una diga.
All’imbrunire, senza alcun cambio di fuso orario, si ritrovò immerso in una miriade di luci intermittenti. “Sono nel mondo dei morti!”, pensò. Ma non era così. Era giunto tra gli angeli – o almeno così gli sembrava – quando vide una persona che aveva conosciuto 19 anni prima, durante una caccia ai puledri selvatici. Si salutarono con le braccia alzate, scambiandosi poi due spallate amichevoli. Dopo i convenevoli, decisero di recarsi in una tenda-casinò, illuminata da fuochi e fumi colorati che davano l’impressione di un miraggio.
Fu allora che Makhpiya Pink si rese conto di aver dimenticato il portafoglio. Jokerman, l’amico incontrato, esperto di simili situazioni, gli disse con un sorriso:
“Non fare l’indiano! Giocati il cavallo!”.
Pink, ingenuamente, seguì il consiglio e scommise Barros… ma perse. Da quel momento, la sua vita cambiò per sempre: divenne un ludopatico.


