Quando denunciai sei bombe da mortaio nascoste sotto un ponticino di campagna
Nel nostro piccolo “impero” vivevano poco più di quattordici famiglie distribuite in una dozzina di case. C’erano quattro grandi battiture, che producevano da 700 a 1.000 staia di grano, e una più modesta che rendeva poche decine di quintali.
Spesso noi ragazzi, armati di fionde e “ghiavottoli”, ci dirigevamo verso il campo di aviazione di Arezzo. A quei tempi era tutto in terra battuta: ai lati si estendevano circa sessanta ettari di campi coltivati a grano, racchiusi da una rete metallica. C’era un solo hangar a tunnel, costruito con lamiere ondulate, e un unico velivolo, il “F.A.B.I.”, un monoplano giallo canarino che ogni tanto sorvolava la città lanciando manifestini pubblicitari. Quello era uno dei nostri passatempi estivi.
Per raggiungere il campo percorrevamo la Via Carraia, chiamata così perché utilizzata dai carri e dai barrocci dei contadini. La strada era profondamente segnata dalle ruote dei mezzi agricoli e, durante i periodi di siccità, diventava insidiosa per chi la percorreva in bicicletta, a causa dei profondi solchi lasciati dal passaggio dei carichi.
A questo punto è necessario aprire una finestra su quel periodo storico.
Molti cittadini possedevano ancora armi e munizioni nascoste e mai denunciate. Erano passati pochi anni dalla ritirata delle truppe tedesche e dall’arrivo degli Alleati. In quel clima incerto molti avevano conservato ciò che avrebbe potuto servire in caso di rivoluzione, una rivoluzione che in realtà non arrivò mai. C’era stato, tre anni prima, l’attentato a Togliatti; i muri del “Fabbricone”, l’ex Sacfem, riportavano ancora i nomi di persone indicate per il solo fatto di non appartenere all’area politica comunista. Nel frattempo era intervenuto anche l’indulto voluto da De Gasperi per i reati commessi nel dopoguerra da coloro che si erano autodefiniti partigiani.
La situazione, comunque, si era gradualmente rasserenata, se non del tutto pacificata.
Fu allora che alcuni miei compagni mi condussero a un cunicolo nascosto sotto il piccolo ponte di un campo, dove era stata occultata una cassetta contenente sei bombe da mortaio. Ancora non frequentavo la scuola, ma da bambino diligente quale ero, decisi di raccontare tutto.
In quei giorni la città e le scuole erano tappezzate di manifesti che illustravano i diversi tipi di armi ed esplosivi che si potevano rinvenire e che invitavano a segnalarli alle autorità.
Dopo essermi confidato con mio nonno Pietro, fu lui che, la mattina seguente, mi portò ad Arezzo: io in canna alla bicicletta e lui a pedalare lungo la Via Carraia. Successivamente fu mio padre ad accompagnarmi in Questura. Dopo circa tre ore, a bordo di una camionetta della Polizia, guidai un artificiere e tre agenti fino al luogo del ritrovamento.
La notizia comparve anche nella cronaca cittadina di Arezzo.
Ripensandoci molti anni dopo, però, mi sono chiesto se quel gesto sia stato davvero un merito mio oppure il frutto della coscienza e dell’insegnamento ricevuti dagli adulti che mi stavano accanto. Forse, più che il coraggio di un bambino, fu il senso civico di un’intera comunità a condurmi fino a quel cunicolo nascosto sotto il ponticino.


