Negli anni ’50 e ’60, i campi sportivi ad Arezzo erano pochi e disseminati in diversi punti della città. Si giocava accanto alla chiesa di Saione, a San Benedetto sotto le carceri, a lato del palazzo vescovile, nel corto campo di San Domenico e persino al “battimuro” del circolino di San Gemignano, dove il muro stesso valeva come giocatore. Poi c’era il piccolo e stretto campo del Seminario.
Eppure, tra tutti questi spazi, quello che per noi ragazzi rappresentava la libertà e il divertimento era la Fortezza. Qui trovavamo sempre posto per giocare, e spesso si disputavano due o tre partite contemporaneamente, con i campi disposti trasversalmente.
Quello che però non sapevamo, mentre correvamo e calciavamo il pallone, era che sotto di noi si nascondeva una vera e propria cittadella. Il Prato aveva seppellito i resti del vecchio foro romano, e un tempo si ergevano 20 torri, distrutte nel corso della storia, che servivano a dominare la città dall’alto.
Il poeta Giosuè Carducci disse: “Basta Arezzo a rappresentare la gloria di tutta Italia!” Ma cosa resta oggi del nostro patrimonio, come l’anfiteatro romano?
Ricordo gli anni delle elementari a Sant’Agnese, una scuola di vita e di piccole grandi battaglie. In quegli anni, il mio compagno di banco era Patrizio Bertelli. I suoi disegni mi affascinavano per l’uso dei colori e per i contrasti vivaci, che trasmettevano calore e vitalità. Patrizio era, ed è, un pittore nato. Se non si fosse dedicato alla moda, sono certo che sarebbe diventato un artista di fama mondiale.
A lui, oggi, rivolgo un appello: perché non interessarsi alla riapertura del parco antistante alla Fortezza? Sarebbe un dono per Arezzo, una restituzione alla città di un luogo tanto amato e pregno di storia.


