Seguo l’Arezzo fin da quel giorno di luglio in cui Ferrario fu venduto alla Lucchese per 10 milioni, al Principe di Piemonte. Ero presente, avevo solo 4 anni, e ricordo bene Battello, Lucioli, Bianconi e altri dirigenti che festeggiarono al bar del bagno del Principe stappando lo spumante.
Ho visto passare tanti giocatori, tanti allenatori, tanti sistemi di gioco e persino tanti campi. All’epoca erano veri campi, non tappeti erbosi. I palloni potevano squarciare la testa, e sul terreno si sudava davvero. Ho ammirato le cannonate di Lenci, i colpi di testa di Cati, i guizzi di Scatizzi, la classe di Meroi… fino all’epoca moderna.
A proposito, caro Mister, quando giocavamo in Serie B per la prima volta, il lunedì pomeriggio Flaborea, Rossi, Picci e altri scendevano al campo sotto le carceri per giocare con noi dilettanti e amatori. Partite che duravano fino al crepuscolo, anche se il giorno prima molti di noi avevano giocato in campionati minori o praticato altre attività sportive.
Questo per dire che chiudersi agli allenamenti, isolarsi dal calore e persino dalle critiche dei tifosi, significa allontanarsi dal proprio dovere. È controproducente sia per il gioco che per i risultati. Indipendentemente da come sia andata a Gubbio, un atteggiamento così testardo finisce per inimicarsi squadra, tifosi e tutto l’ambiente.
Cambiare mentalità è difficile. Magari qualcuno si sente un genio – e forse lo è – ma il calcio resta un gioco di squadra, fatto anche di pubblico.
Due anni fa anche Indiani, dopo la sconfitta contro il Terranuova e il gol subito a Seravezza, capì che la sua ostinazione tattica avrebbe compromesso la sua decima promozione. Ma ci fu “San Cantisani”: non un fuoriclasse, ma un giovane volenteroso che, giocando da seconda punta, ci diede un nuovo assetto vincente. Con un Pattarello che, in quel modo, non poteva più essere triplicato!


