Erano i primi anni ’70 del secolo scorso. Russia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti possedevano già bombe nucleari da 50–100 megatoni. Basti pensare che su Hiroshima fu sganciata una bomba da soli 2 kilotoni (1.000 kilotoni equivalgono a 1 megatone).
In Italia, già dal 1955, all’Accademia Navale di Livorno fu costituito il CAMEN (Centro Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare), oggi trasformato in CISAM (Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari), operante sotto il controllo dell’ENEA e incaricato in particolare dello studio delle applicazioni nucleari nei motori a reattore.
Nei primi anni ’70 fu poi creato il Laboratorio Applicazioni Elettroniche Nucleari, che progettò il missile Alfa. La misurazione della temperatura delle alette direzionali del getto del missile fu opera di un nostro concittadino.
In Sardegna, nel comune di Teulada, fu costruito nel 1956 il centro missilistico interforze alleato. A Salto di Quirra, presso Perdasdefogu, nacque invece il poligono delle sole interforze militari italiane. Il lancio del primo stadio del missile Alfa fu inizialmente ritardato per la presenza sospetta di un peschereccio russo al largo. In seguito, però, il test fu eseguito con successo, e il missile raggiunse un punto molto vicino a Gibilterra.
La prova con due stadi, e un carico simile a quello di una bomba nucleare da 1 megatone, fu anch’essa portata a termine con successo: il missile raggiunse il punto prestabilito nell’oceano Atlantico.
L’Italia era pronta: mancava solo il plutonio. Ma le potenze nucleari, poiché l’Italia era tra i Paesi sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, ci costrinsero ad abbandonare ogni velleità. Il Trattato di non proliferazione nucleare fu aperto alle firme nel 1968, entrò in vigore nel 1970 e fu ratificato dall’Italia nel 1975, più per motivi politici e con l’illusione di un’Europa unita.
Poi, intanto, arrivarono la Cina, l’India, il Pakistan e forse anche Israele…
Foto missile Alfa, Fonte: Wikimedia Commons


