Non parlo della città olandese poco sopra il livello del mare, né dell’Associazione Italiana Arbitri. L’aia, per me, era il palcoscenico delle prime esperienze – non solo agricole – dietro il comodo sipario dei pagliai di fieno e di paglia.
Fin da piccolo mi cimentavo nei miei calcoli dopo aver terminato l’opera di coibentazione: prima si toglievano erba e sassi, poi si zappettava leggermente il terreno, lo si bagnava con acqua e “buttino” – una miscela che, asciugata al sole, formava una crosta impermeabile simile a un foglio catramato.
Arrivavano quindi i carri trainati dai buoi e, con pali e scale, caricavano fino a 15‑20 crocetti (circa sei quintali di grano, a seconda della resa o della varietà). Si formava la mucchia, lasciando le spighe coperte dalle manne superiori in caso di pioggia.
Io, intanto, facevo già i miei conti: a colpo d’occhio indovinavo quasi esattamente quanti quintali avremmo ricavato, tanto da guadagnarmi la stima – e un pizzico d’invidia – dei vecchi contadini. Infilando la mano nel sacco di grano, sapevo persino valutare l’umidità.
Dopo la battitura, l’aia tornava a essere il nostro parco giochi: dottori e mamme, babbi, trappole per uccelli e polli con buca, bandone, legno e spago. Più tardi, da ragazzi, diventava persino un campetto da calcio… a una porta sola!


