Così avrebbe esclamato Romolo, ormai re indiscusso della neonata Roma, dopo aver fatto tutto il necessario per sembrare un sovrano rispettabile: mura solide, sacrifici ad Ercole (seguendo rigorosamente il protocollo albano), e una bella festa per il dio Conso — divinità dell’agricoltura e delle scorte alimentari, perché anche il grano vuole la sua parte.
Poi, da bravo PR ante litteram, Romolo pensò: “Organizziamo dei giochi, invitiamo i vicini, e chissà che non si portino dietro anche qualche sorella, figlia o nipote da maritare…”. D’altronde, Roma traboccava di uomini: ex fuggitivi, delinquenti pentiti (forse), e giovanotti con la lama facile ma senza alcuna prospettiva matrimoniale. L’atmosfera era quella di un centro sociale armato.
Gli invitati arrivarono, attratti dallo spettacolo di corse equestri e quadrupedi agghindati. Tutto sembrava andare per il meglio, finché — zac! — al segnale di Romolo, partì il piano: i Romani rapirono le donne. Le versioni variano: Tito Livio parla di 30, Plutarco di 800. La verità? Si stima fossero circa 346, di cui una sola maritata, per errore: la povera Ersilia, che sembrava troppo giovane per essere già moglie.
Ma perché tutto questo? Perché aspettare doti, doni, promesse e tempi biblici, quando bastava organizzare una finta sagra e risolvere la questione “quote rosa” in un pomeriggio?
I padri e fratelli delle rapite ovviamente si indignarono, minacciarono guerra e vendette. Ma alla lunga, davanti a figlie ormai integrate, mariti armati e nipoti romani in arrivo, finirono per stringere alleanze. Da tragedia a diplomazia, nel giro di qualche anno.
Curioso il grido lanciato durante il ratto: “Talassio!”, nome del dio romano del matrimonio. Coincidenza? O marketing ben piazzato? Fatto sta che Roma trovò le sue donne… a modo suo.


