Strano ma vero, siamo arrivati al Seicento, e chi ti spunta fuori? Un prelato col pallino dell’archeologia: Giovanni Giustino Ciampini, che comincia a scavà in giro per Roma e dintorni alla ricerca de roba antica. Dove? Proprio nelle paludi di Ciampino, che poi da lui pigliano pure er nome!
E lì, fra fango e zanzare grosse come polli, che trova? Niente popò de meno che una statua de Ercole e pure una de Apollo, a conferma che pure le paludi, co’ un po’ de pazienza, nascondono tesori e non solo fango.
Er Vaticano, tutto contento, decide de bonificà le zone per farne terreni agricoli… e far cassa, ovviamente. Ma i lavori arrivano pure al lago vulcanico de Regillo, giù dietro Frascati e Monte Porzio Catone, zona del vecchio Tuscolo.
Lì, dice Tito Livio, ce fu uno scontro epico: la battaglia tra i Romani e i Latini, dopo che avevano cacciato l’ultimo re, Tarquinio il Superbo.
I suoi fan più sfegatati s’erano rifugiati da Ottavio Manlio, nobile latino (e genero del re), che decise de vendicà er suocero… e chiamò l’esercito.
Già prima, Latini e Volsci avevano fatto le loro belle razzie nell’agro romano, un po’ come succedeva nei primi del Novecento nei campi di Chiani, ad Arezzo…
Ma torniamo alla battaglia del lago Regillo: i Romani, guidati dal dittatore Postumio Albo (Aulo, in latino), affrontano la situazione. Sì, perché pure se c’era la Repubblica, tra famiglie in lite e interessi opposti, nun se capiva niente — quindi uno solo comandava, e pure bene.
Durante lo scontro, Postumio vede che la fanteria romana sta scoppiando: esausta, cotta, a pezzi. Allora dà l’ordine della svolta:
“Scendete da cavallo e menate a piedi!”
E così fecero: i cavalieri scesero e, spada in pugno, andarono a rinforzà i compagni sfiniti. Una mossa geniale che spezzò la resistenza dei Latini.
C’è pure un bel quadro che lo racconta, di Tommaso Laureti, nei Musei Capitolini. Da vedere.
Morale della favola?
In una repubblica dove ognuno pensa ai fatti suoi, nun se vince manco una battaglia.
A comandà ce vò uno solo… almeno in guerra!


