Dopo due mesi di “addestramento” pomeridiano nella sala parrocchiale della Pieve, sotto la guida ferrea dei maestri Manciocchi, Monti e Giorni, io e un centinaio di altri ragazzi eravamo pronti a sfidare il temutissimo esame di ammissione alla Scuola Media. Lì non si scherzava: analisi logica, matematica, italiano… e soprattutto il latino, che aleggiava come una spada di Damocle sulle nostre teste.
L’esame si svolgeva nelle aule della Media “Andrea Cesalpino”, un posto che sembrava uscito da un film in bianco e nero: un enorme ex Convento del Convitto Nazionale, condiviso con scuole elementari, il Liceo Scientifico “Redi” e, più in là, il Classico “Petrarca”. Insomma, un’umanità scolastica in scala industriale.
Di quella giornata mi è rimasto impresso un unico dettaglio: il problema di matematica tornava 4. E come sempre, fui il primo a finire. Per me, i compiti di matematica sono sempre stati delle gare di velocità: partire, risolvere e uscire per primo, come se ci fosse una coppa in palio.
Coppa no, ma premio sì: la bicicletta. Mio fratello, fresco di esame di terza media, fu ammesso anche lui nel club dei premiati.
Nei primi di luglio, il mi’ Babbo ci portò dal Caneschi/Ghezzi in via de’ Cenci. Ad aspettarmi c’era lei: la mia prima bici. Telaio “bastardo” — tra il 16 e il 18 — copertoni bianchi, verniciata di verde speranza (più mia che sua) e con il manubrio piatto, per farmi sentire un campione. Mio fratello, invece, si accaparrò una signora bici: un 24 cromato, con cambio “Simplex”, roba da veri corridori.
La mia, invece, era una trappola. Il telaio pesava “un quintale”, sembrava dismesso da un circo di elefanti. Affrontare la salita di via Garibaldi per arrivare ai campi da tennis di San Clemente diventava un’impresa epica. E poi, era troppo bassa: impossibile, in piedi sui pedali, riuscire a guardare dalla famigerata finestrella del Vicolo del Fanale, per sbirciare il “Paradisino”, il casino del quartiere.
Erano biciclette di seconda mano, “rifatte nuove” con mestiere. Quella di mio fratello, dopo poco, cominciò a perdere la cromatura come una cipolla. La mia, no: il verde resisteva, ma la bici era talmente massiccia che ci voleva una gamba da muratore per spostarla.
Alla fine, la morale era una sola: “L’hai voluta la bicicletta? E ora pedala!”. E io pedalavo, eccome se pedalavo.


