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Ogni secolo ha avuto la sua sfiga …e il nostro non è certo il peggiore

Un viaggio nella storia per ricordarci che non viviamo nell’epoca peggiore

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Ogni secolo ha avuto la sua sfiga …e il nostro non è certo il peggiore

Un viaggio nella storia per ricordarci che non viviamo nell’epoca peggiore

“Ci lamentiamo.
È umano, comprensibile, perfino giusto. Guardiamo il nostro presente pieno di disuguaglianze, malattie, guerre, tecnologia che ci sfugge di mano, e ci sentiamo sfortunati, come se la vita ce l’avesse proprio con noi. Ma poi mi fermo, respiro, e rifletto: ogni secolo ha avuto la sua croce.
Ogni tempo, il suo dolore.
Forse dovremmo smetterla di credere di vivere nell’epoca peggiore.

Facciamo un salto indietro, come in una lista della spesa dell’anima tra gli scaffali della storia:

Preistoria.
Altro che Netflix: lì si moriva per una zanna di cinghiale o una bacca sbagliata.
Nessun medico, nessun riparo vero. Pioggia, fame, freddo, pericoli ovunque.
E poi, la solitudine: una caverna, il fuoco, la notte.
Un bambino nato prematuro non arrivava al tramonto.

Antico Egitto.
Re e regine dorati, sì, ma intorno milioni di schiavi che costruivano tombe per eternità altrui. Malattie misteriose, caldo che bruciava la pelle, e una vita breve come un soffio di sabbia nel vento.

Antica Grecia e Roma.
Cultura e filosofia, certo. Ma anche schiavitù, guerre continue, gladiatori massacrati per intrattenimento, donne trattate come merce di scambio.
Il colera era una condanna e un dente cariato un problema mortale.

Medioevo.
Inquisizione, roghi, ignoranza e superstizione.
Bastava una parola sbagliata e finivi sul patibolo.
E poi la fame, le carestie, le crociate, e la peste: quella del 1348 spazzò via mezza Europa.
Altro che Covid.

’600 e ’700.
Guerre di religione, monarchie assolute, impiccagioni pubbliche. Bambini mandati nelle miniere.
La medicina? Sanguisughe e preghiere.
Anche clisteri (che forse erano l’unica cura assennata).
Le donne partorivano senza anestesia e spesso morivano nel farlo.

’800.
Rivoluzioni, fabbriche disumane, operai trattati come bestie, bambini al lavoro a 6 anni.
Le malattie erano piaghe, la povertà era fame vera, e la fotografia era l’unico modo per dire addio a chi moriva a 30 anni.

’900.
Due guerre mondiali, il nazismo, le bombe atomiche, la Spagnola. Una pandemia dimenticata troppo in fretta: tra il 1918 e il 1920 uccise almeno 50 milioni di persone, più della guerra stessa. Colpiva soprattutto i giovani adulti.
Nessun vaccino, nessuna cura: solo paura, silenzio, e funerali senza abbracci.
Poi, i campi di concentramento, la miseria del dopoguerra, le città rase al suolo.
Mio marito, nato nel 1930, ricorda che a Calcinate, il suo paesino bergamasco, c’era un morto al giorno.
Per il tetano, per la polmonite, per una febbre.
E sua sorellina, morta a quattro mesi, senza neanche sapere il perché.

E noi?
Sì, abbiamo le nostre fatiche.
Parlando di popolo civilizzato, abbiamo l’acqua corrente, cibo a sufficienza e a volte troppo, un tetto sulla testa, comunicazioni efficienti, elettricità per tutti i confort, sostegni governativi, a volte insufficienti, ma ci sono.. e così via!
La solitudine di chi è connesso a tutto ma perso dentro. L’inquinamento, le guerre 2.0, le pandemie improvvise, i soldi che non bastano mai, l’ansia che toglie il sonno.
La tecnologia che a volte aiuta e a volte sovrasta.
Ma abbiamo anche medici, antibiotici, case calde, auto sicure, cibo abbondante, diritti (almeno sulla carta), e parole — come questa — che possiamo scrivere e leggere liberamente.

E allora forse non siamo tanto sfortunati.
Forse siamo solo stanchi, impazienti, disabituati alla lentezza e alla gratitudine.

Ogni secolo ha avuto la sua sfiga.
Noi non siamo l’eccezione.

Ma abbiamo una possibilità in più:
quella di guardare la storia con amore, per scegliere ogni giorno da che parte stare.
Possiamo essere gentili, anche quando il mondo non lo è.
Possiamo consolare, anche quando nessuno ci consola.
Possiamo vivere meglio, anche nel peggio.

Ed è questo — forse — il più grande privilegio del nostro tempo”.

S.S.C.

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Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari, nata a Milano nel 1955, si trasferisce a Melzo nel 1990. Membro del “GAM” dal 1997, partecipa a mostre locali esplorando diverse tecniche artistiche: ritratti a matita, dipinti a olio, sculture in argilla e quadri in resina. Ha fondato una galleria d’arte e una scuola di cake design. Il quotidiano Il Giorno ha descritto via Napoli 37 come “la Montmartre di Melzo”. Attualmente, si dedica principalmente alla scrittura.
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