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Quando il potere della Chiesa si è vestito da misericordia

Dal dominio alla compassione: metamorfosi autentica o strategia di sopravvivenza?

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Quando il potere della Chiesa si è vestito da misericordia

Dal dominio alla compassione: metamorfosi autentica o strategia di sopravvivenza?

C’è una domanda che mi porto dietro da quando ero ragazzina.
Una di quelle che non ti mollano mai, anche quando la vita ti trascina altrove.

La domanda è questa:
quando la Chiesa ha fatto lo switch?

Quando ha cambiato faccia? Quando è passata dall’essere per secoli potere, nefanda inquisizione, ricchezza, plagio e controllo a questa immagine più dolce, più misericordiosa, quasi rassicurante?

Perché diciamolo chiaramente:
la Chiesa di oggi non si racconta più come si raccontava una volta.
Oggi parla di accoglienza,
di fragilità, di ultimi, di perdono.

E io, da anni, mi chiedo: ma da quando?
E soprattutto: perché?

Non essendo una storica, ho fatto quello che si fa oggi:
l’ho chiesto all’intelligenza artificiale.

E la risposta è stata persino più brutale di quanto pensassi.

La Chiesa non ne ha fatto solo uno di switch.
Ha fatto, prima di tutto, uno switch di sopravvivenza.

Il primo cambio serio arriva nel Cinquecento, quando la società analfabeta comincia piano, piano ad erudirsi, ad aprire gli occhi e finalmente a vedere troppo bene quello che, fino ad allora, era stato tollerato, schiacciati come erano dalla paura e dagli abusi:
il lusso, il denaro, i giochi di potere del clero indegno.

Tradotto in parole povere?
A un certo punto la Chiesa capisce che non può più permettersi di essere marcia in pubblico.

E allora cambia.

Non subito il cuore. Prima il modo di presentarsi.

Questo è stato il primo switch.
Non il più santo.
Il più furbo!

Poi i secoli passano, la gente legge, ragiona sempre di più, dubita, contesta.
E la Chiesa capisce un’altra cosa:
non può più comandare come prima, quindi deve…”sedurre”.

Meno bastone, più linguaggio spirituale.
Meno tribunale, più carezza.
Meno “ti condanno”,
più “ti accompagno”.

Bellissimo, sulla carta.

Peccato che sia cambiata la veste più che la coscienza.

Poi arriva il Novecento e la trasformazione si perfeziona:
la Chiesa si presenta sempre più come madre, rifugio del mondo.

Ma, personalmente, continuo a sentire una grave stonatura.

Perché se hai attraversato i secoli con le mani sporche di potere, non basta abbassare il tono di voce per diventare innocente.

E allora me la faccio semplice:
se davvero sei la casa dei poveri, perché vivi ancora circondata da tanto oro?

Pugno nello stomaco, per me, sapere che certi “principi della Chiesa” vivono in palazzi da centinaia di mq con suore servitrici, tenute a livelli inferiori.
Persino gli ultimi tre Papi hanno capito che, oggi come oggi, è bene dare di sé una immagine più austera vivendo a Santa Marta anziché negli appartamenti papali.
Da capi della Chiesa, i Papi, cercano di dare l’esempio, ma i vescovi, ancora ora, fanno “orecchio da mercante”.

Lo so benissimo che quell’oro è arte.
Lo so che certi capolavori appartengono all’umanità.
Io stessa, da artista, davanti a certe meraviglie resto senza fiato.

Da donna invece mi ritengo offesa che le suore non siano considerate loro pari.

Ma il punto è un altro: a cosa serve predicare la povertà da sotto soffitti d’oro?

Cristo non pensava certo a questo quando disse a Pietro che su quella pietra avrebbe fondato la sua Chiesa.

E poi, per me, che mi ritengo cristiana, c’è la parte che fa più male:

Perché il problema non è solo il passato remoto.
Il problema è che ancora oggi, quando la Chiesa parla di perdono, troppo spesso la sua misericordia sembra farla arrivare prima per chi ha ferito e troppo tardi, o mai, per chi è stato…ferito!

Ecco il nodo.

Non è che io non creda nel perdono. Ci credo eccome. Ma il perdono non può essere il profumo buono spruzzato sopra secoli di marcio.

Alla fine, la risposta che mi sono data è semplice:

La Chiesa ha fatto lo switch quando ha capito che il mondo non avrebbe più sopportato di vederla per quello che era stata.

Prima ha cambiato strategia.
Poi linguaggio.
Poi immagine.

La coscienza, quella, ancora oggi, non è arrivata con la stessa velocità.

E tutto questo schifo, non riguarda solo la Chiesa.

Perché ogni potere, quando sente che la distanza con le persone diventa troppo grande, fa sempre la stessa cosa:
cambia il linguaggio prima di cambiare sostanza.

Ma qui, il punto, resta la Chiesa.

Perché se per secoli hai parlato come potere e oggi vuoi parlare come coscienza del mondo, non basta cambiare tono.
Non basta abbassare la voce.
Non basta vestirsi di misericordia.

E forse vale anche per tutto il resto.

Perché se una società arriva al punto in cui c’è chi, ogni mese, prende cifre indecenti, mentre un disabile, un anziano o una persona fragile deve sopravvivere con somme umilianti, allora non siamo più davanti a un problema economico.

Siamo davanti a un problema morale.

E la storia lo dimostra:

quando la distanza diventa troppo grande e l’ingiustizia diventa normale, prima o poi le società si ribellano e si paga Il conto.

Per questo, alla fine, il punto non è quanto bene sai parlare.
È quanto continui a vivere di ciò che dici di condannare.

E questo non può durare per sempre.

Dura finché dura, e le chiese sempre più vuote, lo dimostrano.

Nulla è eterno, neanche le piramidi.

Il resto è solo uno switch raccontato bene.

S.S.C.

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Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari
Sabina Sabrina Crivellari, nata a Milano nel 1955, si trasferisce a Melzo nel 1990. Membro del “GAM” dal 1997, partecipa a mostre locali esplorando diverse tecniche artistiche: ritratti a matita, dipinti a olio, sculture in argilla e quadri in resina. Ha fondato una galleria d’arte e una scuola di cake design. Il quotidiano Il Giorno ha descritto via Napoli 37 come “la Montmartre di Melzo”. Attualmente, si dedica principalmente alla scrittura.
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