Capitolo I – Lo scioglimento del ghiaccio
Quando in fondo a Porta Buia c’era ancora la ghiacciaia e i frigoriferi Fiat non erano stati inventati, i poveri operai caricavano sulla schiena enormi blocchi di ghiaccio lunghi 80 centimetri. Si proteggevano il capo con una balla di juta ripiegata a metà, come un cappuccio da frate. La strada, per questo, era sempre bagnata e scivolosa.
Gli studiosi, osservando lo scioglimento dei ghiacci ai Poli, decisero di salvare l’umanità. Alcune città costiere erano già state sommerse e le popolazioni costrette a spostarsi più all’interno. Quando anche Arezzo corse il rischio, si pensò a una soluzione geniale: una gigantesca ciambella che sollevasse l’intera città, da La Mossa fino a Staggiano, da Santa Firmina a Puglia.
Il problema era gonfiarla. Il grande fossato in cui infilare l’enorme camera d’aria era già pronto, e le lunghe strutture di ferro erano state calate da gigantesche talpe perforatrici. Restava la scelta degli uomini incaricati del gonfiaggio.
Il reparto di pneumologia del San Donato selezionò settanta cittadini, più undici di riserva, attraverso prove di fiato. Non tutti erano aretini: 45 venivano dall’Africa profonda, 22 dalla Romania e 14 dal Nordafrica. Durante i test si scoprì che nei loro polmoni c’erano tracce d’erba. Così, a metà gonfiaggio, la ciambella cominciò a traballare e tutta la città oscillava pericolosamente.
Capitolo II – L’Arca di Noi
La grande ciambella aretina stava ormai sollevandosi, sospinta dal fiato dei settanta uomini e dei loro undici sostituti, quando un gruppo di autorità decise di selezionare i “meritevoli” da salvare.
Arrivarono vestiti come attori di Cinecittà, con militi peruviani al seguito. Portavano barbe curate ma apparentemente trasandate, camicie fuori dai pantaloni risvoltati e mocassini firmati. Le donne avevano seni cadenti e labbra gonfie di botulino, con giacche su cui campeggiava la scritta “Demo”, a indicare il loro intento di escludere sia i destristi che i veri comunisti.
Tra loro c’era anche un regista che, per un film mai realizzato, aveva ricevuto 75 milioni in valuta virtuale, pur non avendo un soldo in tasca. Era lui il più crudele. A una povera malata di Alzheimer, di nome Maria, domandò:
— Chi sei tu!? —
Lei risposta con candore:
— Qui si balla? —
Ma il regista insistette, più arrogante:
— Ho chiesto chi sei!! —
La donna, tremando, replicò:
— Ho la contrimarca! —
Fu gettata nel fossato dai soldati peruviani, inghiottita dall’acqua gelida.
Un ex politico regionale, invece, ricco di soldi accumulati con i monopoli delle lotterie, fu accolto senza esitazioni.
Capitolo III – I citti con l’ago
Mentre alcuni venivano ammessi e altri esclusi, un gruppo di ragazzi di campagna preparò un barcile da pagliaio lungo oltre sei metri. Lo fissarono sul tettino di una vecchia Panda Cross del 2015, ancora funzionante e nascosta durante gli anni del proibizionismo europeo.
A tutta velocità si lanciarono dalla discesa dell’Olmo verso il fossato della Mossa, dove non c’era ancora la rotatoria. L’impatto fu tremendo: l’ago-barile perforò l’involucro della ciambella. L’aria uscì con un sibilo assordante, Arezzo tremò e un fetore di aglio, couscous e jam fritto invase la vallata. Il piano di salvataggio andò in fumo.
E come finì?
Alla fine, era tutto un falso allarme. I ghiacci sì, si stavano sciogliendo, ma per lo spostamento dell’asse terrestre e per l’attività solare. Nonostante l’elettrico avesse ormai sostituito le vecchie emissioni, restava sempre lo stesso problema: i soliti coglioni.


