Che il gioco dell’Arezzo si basi su una difesa e poco piu avanti un player basso, che apre sulle fasce per gli esterni offensivi, da l’immagine di un calice senza usare un linguaggio numerico è una innovazione rappresentativa che mi voglio accollare, anche perché potrebbe essere di buon auspicio.
L’ Arezzo e del suo modo di stare in campo. Non con numeri freddi, ma con un’immagine che mi piace da matti: il Calice. Perché questa squadra difende compatta, costruisce basso e poi si apre sulle fasce come un brindisi pronto a esplodere.
In una lavagna, ai corsi calcistici, vengono rappresentate le linee dei vari schemi di gioco, e noi vediamo il nostro Guccione, quando imposta, allarga il gioco sugli esterni e disegna quella “V” offensiva che sa di coraggio e di spettacolo. Gli esterni, a piedi invertiti, hanno due strade: se il terzino accompagna, si va sul fondo per il cross; se invece lo spazio si apre dentro, ecco il dribbling e il tiro col piede forte. In quel momento è il centroavanti che deve farsi sentire, liberare lo spazio e permettere al compagno di calciare.
È lì che nasce “l’ingresso nel calice”, lo spazio per versare il liquido più prezioso: il gol. Un brindisi amaranto che abbiamo già visto servire da Tavernelli e Pattarello, con conclusioni degne del grande Moscardelli.
Insomma, l’Arezzo non disegna solo schemi: costruisce emozioni. E quando alza il calice… la curva esplode!



Questa analisi del gioco dellArezzo è un calice di parole bien pensate, vero? Chi mai avesse detto che difendere compattamente e poi aprirsi come un brindisi poteva non essere lidea più intelligente del mondo? Eppure, qui siamo, a commentare come se Guccione stesse insegnando le geometrie piane a scuola. Lingresso nel calice, bravo! Ma non dimentichiamoci che a fine partita, se non cè gol, il calice si rimette giù e si torna a pensare ai numeri, che per fortuna non sono sempre così astratti. Comunque, se il calice funziona, che ne so io, magari proveremo anche a giocare a poker con le difese… con i risultati che si prende.