L’AI non potrà mai essere come me: uno che alle 4:45 del mattino, con Lucy spiaggiata sul polso, decide che è il momento perfetto per collegare montagne, giudici, maxiuniversi e clessidre come se niente fosse.
Parto da una montagna. Solo una. Perché la catena montuosa è fatta di montagne, ma io voglio proprio quella singola, messa davanti a me come una diva. L’AI avrebbe scritto due righe e amen, io invece ci vedo salite, discese e pure la giurisprudenza: “la legge va interpretata”.
Da che parte? Boh, dipende da dove stai, come quando cerchi il Wi-Fi in casa e ti muovi a caso sperando in un miracolo.
Poi scivolo dalle montagne alle colline, dalle colline alle pianure, dalle pianure alla Terra, che è un sottoinsieme del sistema solare, che è un sottoinsieme della galassia, che è un sottoinsieme dell’universo…
E già che ci sono, invento pure il maxiuniverso ricurvo, tipo una clessidra cosmica che sembra uscita da un negozio di souvenir.
A quel punto mi illumino: “Ma allora il tempo è relativo all’ampolla!”. Più grossa l’ampolla, più lungo il tempo. Più piccola, più corto. Geniale. O forse no. Ma chi sono io per giudicarmi?
E già che parlo di tempo: guardo una stella. Magari è morta. Magari no. Insomma, vivo nel passato credendo di stare nel presente mentre penso al futuro che non ho ancora capito.
Ma se io sono stato, sono e sarò, allora direi che va tutto bene così.
Adesso, per sicurezza, dormo. Prima che mi venga in mente un’altra teoria rivoluzionaria.


