Dopo decenni di rimpalli tra Comune e Provincia, il consigliere Gallorini chiarisce che via dell’Infernaccio è comunale dal 1969. Intanto l’asfalto a Frassineto è un colabrodo e i cittadini cadono andando al cimitero. Ora l’amministrazione promette asfaltatura e marciapiede: vediamo se dalle parole si passa finalmente ai fatti.
Via dell’Infernaccio a Frassineto pare terra di nessuno: buche, crateri e un asfalto che sembra bombardato. E invece, sorpresa delle sorprese, la strada è comunale dal 1969. Cinquantasei anni dopo, grazie a un accesso agli atti, il consigliere Andrea Gallorini ha tolto il velo al mistero che per decenni ha fatto comodo a tutti.
Per anni il Comune ha detto «è della Provincia», la Provincia avrà pensato «sarà del Comune», e intanto i cittadini facevano lo slalom tra le buche. Qualcuno però c’è cascato davvero, non per modo di dire: almeno due persone sono finite a terra andando al cimitero, riportando anche lesioni serie. Altro che percorso di raccoglimento: qui ci si va direttamente col rischio di finire al pronto soccorso.
Gallorini, stufo del rimpallo degno di una partita a ping-pong, ha messo nero su bianco che via dell’Infernaccio è entrata nel patrimonio comunale il 23 giugno 1969, quando fu fatta una variante. «Ora che le responsabilità sono chiare – ha detto – non ci sono più alibi». Tradotto: basta scaricabarile, ora tocca asfaltare.
La richiesta è doppia: tappare subito le buche prima che qualcuno ci rimetta l’osso del collo e programmare il rifacimento completo del manto stradale, perché le toppe non bastano più nemmeno per scherzo.
Nel mezzo c’è pure la promessa elettorale sparita: il marciapiede lungo la SP 23 per collegare via dell’Infernaccio al centro di Frassineto, annunciato cinque anni fa dal centrodestra e mai visto. I pedoni continuano a camminare rasenti alla strada, sperando che passi piano chi guida.
L’assessore Casi ha assicurato che ora, chiarita la competenza, l’asfaltatura verrà fatta “nel più breve tempo possibile” e che il percorso pedonale si può realizzare. Speriamo non servano altri cinquant’anni o altre cadute per mantenere la parola, perché all’Infernaccio ci si va già per conto proprio: non serve che ci si arrivi ruzzolando.


