Le domande della Fp Cgil ai partiti di governo e alla Direzione della Asl TSE
Le proteste dei cittadini sul funzionamento dei pronto soccorso sono legittime: attese interminabili e condizioni inaccettabili sono sotto gli occhi di tutti. Ad Arezzo, come nel resto d’Italia, la situazione è ormai emergenziale. Ma fermarsi alla denuncia dei disservizi rischia di nascondere le vere cause di un sistema che può produrre conseguenze anche drammatiche.
A sottolinearlo è Gabriella Petteruti, segretaria della Funzione Pubblica Cgil, che invita a una riflessione più ampia e a un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.
“La crisi del pronto soccorso di Arezzo non è un’eccezione: è lo specchio di ciò che accade in tutta Italia. I pronto soccorso sono diventati catene di montaggio che reggono solo grazie al senso del dovere di chi ci lavora”, afferma Petteruti. Alla base del collasso c’è una carenza strutturale di personale: non solo medici, infermieri e operatori socio-sanitari, ma anche tecnici di radiologia e di laboratorio, psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali e tecnici della prevenzione.
Ma l’Italia ha davvero pochi medici? “In realtà no”, spiega Petteruti. “Circa un terzo non lavora nel Servizio sanitario nazionale perché impiegato nella libera professione, nel privato o all’estero. Inoltre, oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni e il ricambio generazionale è insufficiente”.
Una situazione grave che richiederebbe interventi adeguati, che però non arrivano. “Dal Governo non vediamo risposte all’altezza. I rinnovi contrattuali per medici, dirigenti sanitari e personale del comparto sono al ribasso, con una perdita salariale che sfiora il 10% e un continuo allungamento dell’età pensionabile. Erano state promesse risorse aggiuntive extra-contrattuali, ma anche quelle sono state congelate. Non a caso la Fp Cgil è stata l’unica organizzazione sindacale a non firmare il nuovo contratto”.
Secondo il sindacato, le scelte dell’esecutivo vanno in tutt’altra direzione. “Si è preferita la strada dell’austerità, garantendo risorse a un’economia di guerra e alla produzione di armamenti, mentre il Fondo sanitario nazionale scende al 6,1% del Pil, già sotto la media Ocse, con una previsione di ulteriore calo al 5,8% nel 2028”. Attribuire la responsabilità solo alle Regioni, aggiunge Petteruti, è fuorviante: “I fondi regionali dipendono per oltre la metà da quello nazionale e, in assenza di risorse adeguate, le Regioni sono costrette ad aumentare la pressione fiscale”.
C’è poi un altro tema spesso utilizzato come capro espiatorio: gli accessi impropri al pronto soccorso. “Da anni si sostiene che il sovraffollamento dipenda dai cittadini che si rivolgono al pronto soccorso per patologie minori – osserva Petteruti – ma i dati Agenas mostrano che dal 2021 a oggi non ci sono stati aumenti significativi dei codici minori. Il vero problema è una medicina di prossimità che non funziona: mancano i medici di medicina generale, le Case di Comunità sono strutture vuote o sottodimensionate, cresce la povertà e la rinuncia alle cure, la popolazione invecchia e aumentano le fragilità sociali e psicologiche”.
La conclusione della Fp Cgil è netta: “Continuare a parlare solo di pronto soccorso significa ignorare volutamente il quadro generale, eludere le domande di fondo e, soprattutto, non offrire soluzioni”.
Da qui una serie di interrogativi rivolti ai partiti che sostengono l’attuale Governo: “Qual è la loro idea di sanità pubblica? Perché si indignano per il pronto soccorso di Arezzo ma restano in silenzio davanti ai continui tagli e alla scarsa attenzione verso chi lavora nella sanità? È accettabile destinare poco più del 6% del Pil alla salute? È giusto offrire aumenti contrattuali del 6% nel pubblico quando nel privato si superano spesso il 10%? È corretto continuare a fare cassa sulle pensioni dei dipendenti pubblici?”.
Le domande non risparmiano nemmeno la Direzione della Asl Toscana Sud Est. In particolare al direttore generale Marco Torre, che ha annunciato una riorganizzazione con l’apertura H24 delle Case di Comunità Hub. “Con quale personale?”, chiede la Fp Cgil, “visto che oggi non ci sono organici sufficienti neppure per garantire aperture di 12 ore?”. E ancora: “Non sarebbe più utile potenziare i servizi esistenti invece di aprirne di nuovi e parlare di prestazioni extra LEA? La riduzione dei posti letto, operata negli anni da governi di ogni colore politico senza costruire prima una solida rete territoriale, ha prodotto una desertificazione sanitaria di cui oggi paghiamo il prezzo”.


