L’Arezzo ha “raccattato” anche stavolta altri cinque aretini de’ Roma, richiamati dal cuore e dalla fede amaranto fino a Guidonia. Figli di un nativo aretino e il coniuge di una vera esperta tifosa amaranto, tutti da tempo trapiantati nella città della lupa, ma con l’Arezzo cucito addosso. Peccato solo non averli potuti ripagare con i tre punti: quello sì che sarebbe stato il regalo perfetto.

La partita, come previsto, è stata dura e complicata. Avversario rapido, ben messo in campo, e un sintetico che – forse – unito alle dimensioni ridotte del terreno, non ci ha certo aiutato. Ma a dirla tutta, quelli che hanno rischiato di più siamo stati noi. Ancora una volta Venturi, con lo stesso arbitro, si è superato parando un rigore, proprio come a Forlì: una garanzia.
Errico e Spavone, tecnici e veloci, hanno imbrigliato ogni nostra velleità. Poca incisività davanti: un solo tiro in porta con Chierico e poi il nulla. Davvero troppo poco. Ravasio e Pattarello sotto tono, qualche svarione di Tito, e il quadro della gara è presto fatto. Una partita che lascia l’amaro in bocca, più per ciò che non si è fatto che per quello che si è subito.
E allora aggrappiamoci a ciò che conta davvero: meno tredici alla fine, sette punti sul Ravenna e dieci sull’Ascoli. La strada è ancora lunga, ma il margine c’è, e va difeso con le unghie e con i denti.
Un abbraccio forte a tutti gli aretini de’ Roma, che non mollano mai.
Forza Arezzo sempre.


