Che sia stata una scelta obbligata o il frutto di un’intuizione geniale di Cristian Bucchi, una cosa è certa: questo SS Arezzo è diventato camaleontico. Si adatta a tutto e a tutti. Cambia pelle, cambia ritmo, cambia disposizione… ma alla fine porta sempre la partita dove vuole lui.
A inizio campionato avevamo imparato a riconoscerlo subito: gioco “a calice”, costruzione dal basso e lanci millimetrici di Niccolò Venturi o del nostro faro Filippo Guccione verso gli esterni alti. Loro si accentravano, si buttavano negli spazi, e da lì nascevano azioni dirette o seconde palle velenosissime. Un marchio di fabbrica.
Poi è arrivato il girone di ritorno. Gli avversari ci studiavano, si facevano trovare pronti, provavano a toglierci ossigeno. In alcune gare è mancato anche un vero incontrista strutturato. E allora? Nessun problema. Mister Bucchi ha tirato fuori un’altra soluzione: un “guastatore” offensivo, un player alto pronto a sporcare le linee, ad aggredire, a creare scompiglio. Una mossa che ha spalancato nuovi spazi per gli esterni e per la punta centrale.
È qui che si vede la grandezza di una squadra. Se gli avversari impostano e si sbilanciano, noi torniamo al calice: verticalizzazioni, ampiezza, ritmo. Se invece si chiudono e giocano bassi, ecco la “coppa”: il gambo si allunga, il fulcro si sposta a ridosso delle loro linee difensive. Recuperiamo palloni sporchi, li trasformiamo in occasioni pulite, e li colpiamo dove fa più male.
In poche parole? Non ce n’è per nessuno. Questo Arezzo ha imparato a leggere le partite, a soffrire quando serve e a graffiare al momento giusto. E quando una squadra sa fare tutto questo… per gli altri restano solo le briciole.


