HomeBlog & contributiARETINERIE: lo specchio dei gemelli di Foiano

ARETINERIE: lo specchio dei gemelli di Foiano

Quando uno specchio sepolto rivela le vite che avremmo potuto vivere — e quelle che possiamo ancora diventare

-

ARETINERIE: lo specchio dei gemelli di Foiano

Quando uno specchio sepolto rivela le vite che avremmo potuto vivere — e quelle che possiamo ancora diventare

Il vomere dell’aratro colpì qualcosa di duro alle sette e ventidue del mattino di un martedì di marzo. Renzo fermò il trattore, bestemmiò in dialetto, scese. Pensava a una pietra, forse a un residuato bellico. Invece era uno specchio.

Ovale, cornice barocca dorata, un metro e mezzo d’altezza. Sepolto verticalmente a due metri di profondità nel campo di Fosso Secco, zona ovest di Foiano della Chiana. Chiamò gli altri: c’erano Beppe il vicino, Armando che aveva il campo confinante, Moreno il giovane (sessantadue anni), Silvana l’unica donna del gruppo, e Dante il Lungo, che era molto alto, un metro e novantacinque centimetri.

«È uno specchio» disse Silvana, che aveva studiato fino in terza media e quindi era la più istruita.

«Non si specchia un cazzo» rispose Beppe. «È tutto terra.»

Lo pulirono con stracci e acqua del pozzo. Il vetro era intatto, incredibilmente. La cornice aveva cherubini e foglie d’acanto, roba da museo. Quando Renzo ci passò lo straccio per l’ultima volta, lo specchio riflesse.

E lui vide se stesso.

Ma non era lui.

Era Renzo, identico, stessa faccia, stessi baffi grigi, stessa camicia a quadri. Ma l’altro Renzo sorrideva. Sorrideva davvero, con gli occhi. E portava un completo elegante, aveva le mani curate, niente terra sotto le unghie. Alle spalle, invece del campo, si vedeva un ufficio con libreria e computer.

«Porco…» Renzo indietreggiò.

«Che hai?» chiese Moreno.

«Guardati tu.»

Moreno si guardò. Vide se stesso vestito da prete. Tonaca nera, collarino bianco, croce al petto. Il Moreno dello specchio teneva un messale e sembrava in pace col mondo.

«Madonna santa» disse Moreno, che era ateo convinto.

Uno alla volta si specchiarono tutti.

Beppe vide se stesso magro, atletico, con la maglia della nazionale di ciclismo. Armando si vide ricco, con Rolex e Mercedes sullo sfondo. Silvana vide se stessa con tre figli e un marito che la guardava con adorazione (lei era nubile da sempre). Dante il Lungo si vide basso, un metro e sessanta, tozzo, con l’espressione furba di chi ha sempre avuto vita facile essendo piccolo e invisibile.

«È lo specchio dei gemelli» disse Silvana con voce tremante. «La vita che avremmo potuto avere.»

Da sopra un olivo arrivò un gracchiare. Un corvo. Nero, grosso, con un occhio più chiaro dell’altro. Li guardava fisso.

«Anche quello mancava» disse Beppe.

Il corvo gracchiò di nuovo, come se rispondesse. Poi volò giù, si posò sulla cornice dello specchio. Non si mosse più.

Decisero di portare lo specchio in paese. Usarono la carriola di Armando, quella vecchia che teneva da quarant’anni. Nessuno voleva usarla perché Armando sosteneva che portasse sfiga, ci era caduto dentro suo zio nel ’73 ed era morto dissanguato per una falce dimenticata sul fondo, ma era l’unica abbastanza grande.

Caricarono lo specchio. Il corvo rimase appollaiato sulla cornice, immobile come una statua.

«Questo bestione non si muove» disse Renzo.

«È lo specchio che lo tiene» rispose Silvana. «Magari anche lui ha un gemello.»

«Un corvo gemello bianco» ghignò Beppe. «Che canta canzoni napoletane.»

La carriola sembrava pesare il triplo del normale. Facevano fatica a spingerla, anche in cinque. E poi c’era qualcosa di strano: ogni volta che la lasciavano per riposare, quando la riprendevano era spostata di qualche metro. Come se si muovesse da sola.

«È maledetta, ve l’avevo detto» sibilò Armando. «Mio zio mi parla ancora nei sogni. Dice che quella carriola vuole altre vittime.»

«Tuo zio è morto perché era ubriaco e disattento» rispose Silvana. «E smettila con queste superstizioni.»

Ma la terza volta che la carriola si spostò da sola, finendo contro il muro della chiesa, anche Silvana iniziò a dubitare.

Il corvo intanto gracchiava ogni volta che qualcuno si avvicinava troppo allo specchio. Come se lo proteggesse. O come se avvertisse.

Misero lo specchio in piazza del Comune, sotto il loggiato. La voce si sparse in un’ora. Alle dieci del mattino c’erano già trenta persone in coda.

Il corvo rimase appollaiato. Osservava tutti con quell’occhio strano, mezzo bianco.

La prima fu la signora Bruna, ottantaquattro anni, vedova da sessant’anni. Si specchiò. Vide se stessa giovane, con un uomo accanto che la teneva per mano. Pianse per venti minuti.

«Quello era Carlo» disse singhiozzando. «Quello che avrei dovuto sposare. Invece sposai l’altro, quello che mio padre voleva.»

Il secondo fu il geometra Pallini. Si vide muratore in Australia, abbronzato, felice, con cinque figli biondi.

«Ma io odio l’Australia» disse confuso. «Odio il caldo.»

«Il tuo gemello invece la adora» commentò Silvana.

La terza fu una ragazzina di sedici anni. Si vide quarantenne, truccata pesante, con tre telefoni in mano e un’aria stressata.

«Quella sono io se continuo a stare su TikTok» disse terrorizzata. «Giuro che smetto.»

E smise davvero, per tre giorni, poi ricominciò ma con senso di colpa.

Il corvo emetteva versi diversi a seconda della persona. Con alcuni gracchiava allegro, con altri lanciava grida strozzate e sinistre. Con il sindaco, che si vide disoccupato e felicissimo, il corvo rise. Proprio rise, con un suono gutturale terrificante.

«Quel corvo sa» disse Moreno. «Sa chi sta vivendo la vita sbagliata.»

Nel giro di una settimana Foiano era diventata meta di pellegrinaggio. Arrivavano da Siena, da Perugia, da Firenze. Code di tre ore. Risse per passare avanti. Il Comune mise una transenna e un numero.

Il corvo ingrassò. La gente gli portava cibo, lo considerava sacro. Gracchiava, rideva, piangeva (sì, il corvo piangeva, lacrime vere), a seconda di cosa vedeva nello specchio.

E la carriola maledetta? Quella iniziò a muoversi davvero.

Di notte. Vuota. Girava per il paese. Vari testimoni la videro: la carriola che saliva via Roma da sola, cigolando. La carriola che si fermava davanti alle case di chi aveva mentito guardandosi allo specchio. Perché sì, c’era chi mentiva. Diceva «ho visto me stesso identico» quando invece aveva visto vite completamente diverse.

La carriola lo sapeva.

Una mattina la trovarono davanti alla casa del farmacista, che aveva giurato di aver visto se stesso felice. La sera stessa confessò: aveva visto se stesso morto a vent’anni. La vita che aveva vissuto era un bonus, un tempo rubato al destino.

«La carriola porta la verità» disse Armando. «Ve l’avevo detto che era maledetta. Ma è una maledizione giusta.»

Il corvo annuì. Proprio annuì, muovendo la testa su e giù.

Un mese dopo, arrivò una troupe della RAI. Volevano fare un documentario: “Lo Specchio dei Possibili di Foiano”.

Quando il regista si guardò, vide se stesso contadino. Con le mani nella terra, il viso segnato dal sole, la schiena curva. Povero ma sereno.

Pianse davanti alle telecamere.

«Ho sbagliato tutto» disse. «Avrei dovuto restare al paese. Invece sono scappato a Roma, ho fatto carriera, ho vinto premi. E sono infelice.»

Il corvo gracchiò forte, un suono che sembrava dire: «Te l’avevo detto».

Il servizio andò in onda. Foiano esplose di turismo. Il sindaco fece costruire un padiglione apposito per lo specchio. Il corvo ebbe una casetta riscaldata e un contratto come “Custode Alato Ufficiale dello Specchio”.

E la carriola maledetta? Quella divenne attrazione turistica. La gente pagava cinque euro per spingerla. Se la carriola si muoveva da sola mentre la tenevi, significava che stavi vivendo la vita sbagliata. Era una specie di oracolo su ruota.

Un giorno arrivò un filosofo da Bologna, cravatta rossa e occhiali spessi. Si specchiò. Vide se stesso identico.

«Ecco» disse con soddisfazione. «Io ho fatto le scelte giuste.»

Il corvo lo guardò fisso. Poi fece una cosa che nessuno aveva mai visto.

Volò via dallo specchio, per la prima volta in due mesi. Volò in piazza, beccò un sasso, tornò, lo lasciò cadere sulla testa del filosofo.

«Aio!» gridò il filosofo.

Il corvo tornò sulla cornice e gracchiò con tono definitivo.

Tutti capirono: quello che si vede identico è il più illuso di tutti. Perché significa che non ha mai immaginato alternative, possibilità, altri sé. Ha vissuto una sola vita per paura.

Il filosofo se ne andò piangendo. Il corvo mangiò un biscotto, soddisfatto.

EPILOGO

Foiano vinse il premio “Comune più Filosofico d’Italia” conferito da una rivista che nessuno conosceva ma che fece comunque piacere.

Lo specchio fu messo sotto teca, con orari di visita controllati. Il corvo – che tutti chiamavano semplicemente “Lui” perché nessuno osava dargli un nome – viveva lì, immortale o quasi. Morì e rinasceva ogni primavera, dicevano i bambini. Gli scienziati che vennero a studiarlo confermarono che era effettivamente lo stesso corvo, sempre, senza invecchiare.

«È il gemello di se stesso» disse Silvana. «Vive tutte le sue vite insieme.»

La carriola maledetta venne incatenata vicino al Municipio. Di notte si sentiva cigolare, muoversi nelle catene. Il sindaco ci fece fare sopra il logo del paese: “Foiano della Chiana – Dove la Carriola sa la Verità”.

Boom turistico. Foiano diventò più visitata di Cortona.

I cinque contadini che avevano trovato lo specchio? Renzo aprì un bed & breakfast nel suo campo: “Dormi dove fu trovato lo Specchio”. Beppe scrisse un libro: “Io e il mio Gemello Ciclista” (flop totale, vendette dodici copie). Armando fece brevettare la carriola e iniziò a produrre “Carriole della Verità” in serie, vendute online a 299 euro l’una (nessuna funzionava come l’originale ma la gente le comprava lo stesso).

Moreno, quello che si era visto prete, ebbe una crisi mistica. Prese i voti a sessantatré anni. Adesso celebra messa nella chiesa accanto allo specchio. Il corvo va sempre a sentirla, si appollaia sul pulpito. Nei suoi sermoni Moreno parla del “gemello interiore, la vita che grida dentro di noi”.

Silvana aprì un centro di counseling: “Terapia dello Specchio”. Aiutava le persone a fare pace coi loro gemelli. Ebbe un successo enorme. Scrisse tre libri, andò in televisione, diventò ricca.

Un giorno, dopo cinque anni, si specchiò di nuovo. Vide se stessa diversa da prima: vedova con tre figli era sparita. Al suo posto c’era Silvana identica a quella vera, ma con un sorriso enorme.

«Ho raggiunto il mio gemello» disse piangendo di gioia. «Siamo diventate la stessa persona.»

Il corvo battè le ali tre volte. Un applauso.

E Dante il Lungo? Quello vide confermare il suo gemello basso per anni. Poi, una notte, tornò da solo allo specchio con una scala. Si specchiò dall’alto, in piedi sulla scala.

Vide se stesso alto come era, ma con ali.

«Anche io avrei potuto volare» disse alla luna.

Il corvo volò accanto a lui, si posò sulla sua spalla.

Da quella notte Dante il Lungo si mise a studiare gli uccelli. Diventò ornitologo autodidatta, a sessantott’anni. Pubblicò uno studio sui corvi dell’Appennino toscano. Lo citarono all’università di Firenze.

«Il mio gemello aveva ragione» disse agli altri una sera, davanti allo specchio ormai chiuso per la notte. «Non dovevo essere diverso. Dovevo essere me stesso, ma con le ali.»

La carriola, alle sue parole, si mosse da sola. Andò da Dante, si fermò ai suoi piedi. Dentro, miracolosamente, c’era una piuma di corvo.

Il corvo gracchiò. Un suono che sembrava una benedizione.

E in quel momento, tutti e cinque capirono la verità più grottesca di tutte: il gemello non è chi saresti potuto essere. È chi potresti ancora diventare.

Anche a settant’anni.

Anche se hai le mani nella terra.

Anche se ti specchi e ti vedi diverso.

Lo specchio non mostra il passato. Mostra l’invito.

Foiano della Chiana, da allora, è il paese dove nessuno va mai in pensione davvero. Tutti, a qualsiasi età, diventano qualcos’altro. Il fornaio diventa poeta. La maestra impara il violino. Il meccanico studia astronomia.

E il corvo? Quello vola ancora sulla piazza, ogni giorno alle sette e ventidue del mattino.

L’ora esatta in cui lo specchio emerse dalla terra.

L’ora in cui tutto diventa di nuovo possibile.

Marco Grosso

ARETINERIE: storie Grottesche dalla Provincia di Arezzo di Marco Grosso

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here

Marco - Artista Digitale
Marco - Artista Digitale
Marco Grosso, giornalista indipendente, critico musicale e scrittore, è anche artista digitale, con il suo studio e sviluppo di quadri digitali con intelligenza artificiale e successiva riprogrammazione avanzata. Con un suo stile personale di immagini sta collaborando con realtà artistiche ed editoriali italiane indipendenti che utilizzano le sue immagini come copertine di libri, dischi e poster.
- Advertisment -
clickandfly dervizi foto video con drone o senza per agriturismi cantine

Dello stesso autore

Sostieni L'Ortica

Un gesto per coltivare l'informazione libera.
Sostenere l'Ortica significa dare valore al giornalismo indipendente.
Con una donazione puoi contribuire concretamente al nostro impegno nel fornire notizie senza condizionamenti.
Ogni piccolo sostegno conta: unisciti a noi nella nostra missione per un'informazione libera e imparziale.
Grazie per il tuo sostegno prezioso.
Dona con Paypal