Ci sono domande che non ci lasciano mai:
da dove veniamo,
chi siamo e dove stiamo andando.
Forse non esiste una risposta in sé,
ma esiste un cammino.
Per esempio ci insegnano a non lasciare andare.
Fin da piccoli impariamo che perdere qualcuno è un fallimento, che se una persona se ne va vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa,
che non siamo stati abbastanza:
abbastanza attenti, abbastanza presenti, abbastanza amorevoli.
E così iniziamo ad aggiustarci, a limarci,
a diventare accomodanti, più silenziosi.
Ma a forza di tenerci stretti per non rimanere soli, perdiamo in parte noi stessi.
La vita non è una stanza chiusa dove chi entra deve restare per sempre. È più simile a un treno in corsa: ognuno di noi sale alla propria stazione, con una valigia fatta di storia, ferite, sogni, possibilità e futuro.
Per un tratto di strada si condivide il viaggio,
si guarda lo stesso paesaggio,
si ride,
si ama,
si litiga,
si cresce.
Poi, a un certo punto, qualcuno scende,
e quasi mai alla nostra stessa fermata.
All’inizio pensiamo che sia una perdita, che avremmo potuto fare qualcosa di diverso per farlo rimanere nella nostra vita,
ma con il tempo cambia lo sguardo:
capiamo che non siamo qui per trattenere,
ma per attraversarci.
Ogni incontro lascia qualcosa.
Anche quelli brevi, anche quelli difficili.
Non sempre subito,
non sempre in modo chiaro, ma qualcosa ci resta e lavora dentro.
Forse è proprio qui che dimentichiamo qualcosa di importante:
nel tempo che condividiamo, anche breve, ci insegniamo qualcosa a vicenda, senza accorgercene, senza volerlo.
Siamo tutti maestri gli uni per gli altri,
anche solo per una fermata.
Nessuno di noi è perfetto.
Ci abita la luce e il buio.
Siamo diversi,
universi differenti, ognuno con il proprio tempo, le proprie ferite, le proprie verità e i propri percorsi.
E in questo intrecciarsi di strade accade la vita.
Poi, un giorno, qualcosa cambia.
Perché sì, accumuliamo anni, ma maturiamo in saggezza.
Non rincorriamo più. Non tratteniamo più. Camminiamo.
Anche se qualcuno manca, continuiamo a camminare.
Diversi da ieri,
diversi da un’ora fa, diversi perfino dal pensiero che credevamo definitivo,
perché non siamo fermi, non siamo compiuti: siamo in continuo movimento.
A volte cresciamo, a volte inciampiamo, a volte ci perdiamo.
Non tutte le strade portano in alto, e non tutti scelgono di evolvere nello stesso modo,
ma ogni passo, anche quello sbagliato, lascia un segno in noi.
E in questo continuo trasformarci, qualcosa si alleggerisce.
Quello che prima sembrava vuoto cambia forma:
con la consapevolezza diventa spazio.
Spazio per respirare, per riconoscerci nel cambiamento,
per accettare che siamo un percorso più che una definizione.
Allora alcune assenze smettono di essere ferite.
Diventano passaggi. Diventano direzione.
E capiamo, senza più bisogno di spiegarlo, che ciò che è stato vero non si perde.
Si trasforma.
E continua a vivere, cambiando insieme a noi.
È raro incontrare persone che risuonano davvero con le nostre corde, con la nostra energia.
Anche chi nasce da noi non ci appartiene: sono mondi a sé, con voli diversi dai nostri.
Per questo, a volte, il cammino si fa solitario. Non per mancanza, ma per natura.
E il treno continua il suo viaggio.
Qualcuno scende, qualcuno sale.
E noi restiamo, per un tratto, soli con noi stessi.
Il viaggio non cambia: cambia come lo attraversiamo.
Perché non è ciò che accade, ma come ci trova centrati dentro noi stessi, a fare la differenza.
Importante è comprendere che in ogni perdita, se si sa leggere tra le righe, si nasconde spesso un guadagno.
E se c’è pace nel cuore, anche le avversità difficilmente ci travolgono.
Allora qualcosa si sposta.
Non fuori.
Dentro.
È un allenamento silenzioso, quasi invisibile.
Un modo di stare al mondo che si impara piano.
E quando quella quiete arriva, anche un filo d’erba mosso dal vento, sfiorato dalla luce, basta a farci sentire grati di vivere.
S.S.C.


