Burrata con acciughe, paccheri all’astice, frittura croccante e tartufo intufato nel Grand Marnier: roba da palati fini, roba da serate importanti. E infatti, mentre si mangiava da signori, l’Arezzo faceva quello che conta davvero: allungare, staccare, mettere cinque lunghezze tra sé e gli ascolani. Una cavalcata amaranto che profuma di qualcosa di grande.
Eppure, come spesso succede, era iniziata con il solito brivido lungo la schiena. Un rigorissimo – di quelli che non ammettono discussioni ma fanno comunque arrabbiare – per quel braccio alto in area sul tiro di Pattarello. E lì, diciamolo, il pensiero cattivo è venuto. Un déjà-vu. Un film già visto. Come se qualcuno, da qualche parte, avesse già scritto il copione. E allora ti tornano in mente certi episodi, certi precedenti… e pure quel famoso viaggio a Roma dei dirigenti dell’Ascoli. Coincidenze? Mah.
Ma stavolta no. Stavolta è andata come doveva andare. Perché quando una squadra gira, gira davvero. E questo Arezzo adesso gira eccome.
Le risposte, guarda caso, sono arrivate tutte dal campo. Proprio come si diceva, proprio come si intuiva:
A) Due centravanti insieme fanno più gol di uno solo. Non serve la laurea, basta guardarli giocare: movimenti, presenza, peso in area. È matematica del calcio.
B) Renzi è l’uomo che libera Pattarello. Gli toglie di dosso raddoppi e a volte pure triplicazioni. E così il nostro può respirare, inventare, colpire. Senza dimenticare De Col e un Coppolaro sempre più affidabile quando si allarga sulla fascia.
C) Il gioco è cambiato. Basta con il solito “calice” e i lanci lunghi prevedibili. Ora si gioca a “coppa”: pressione alta, linee avversarie schiacciate, cambi di gioco improvvisi, aperture che spostano l’azione e creano spazio. Più idee, più coraggio, più calcio.
E poi c’è la gente. La gente amaranto, quella vera. Ti ferma per strada e ti chiede: “Oh, ma che domanda gli fai al Mister stavolta?” E la verità? Vengono da sole. Escono così, di getto. Un flusso continuo di pensieri, supposizioni, parole buttate lì… che poi, incredibilmente, diventano realtà.
Sarà istinto. Sarà passione. Sarà che questo Arezzo, finalmente, è qualcosa che si può capire… e soprattutto sognare.
E allora avanti così. Con la pancia piena, il cuore caldo e la classifica che sorride. Perché quando l’Arezzo gioca così, si mangia bene… ma soprattutto si gode da morire..



