Ci sono dolori che la televisione prende in braccio per anni,
e altri che lascia cadere nel vuoto dopo pochi giorni.
Ci sono nomi che diventano quasi di famiglia,
ripetuti all’infinito nei salotti, nei talk, nei titoli, nelle ricostruzioni, nelle interviste, nei plastici, nelle supposizioni.
E poi ci sono migliaia di altri nomi che non sentiamo mai.
Mai!
Ed è proprio questo che, a volte, fa più male del caso stesso.
Non perché non si debba cercare la verità per chi è diventato simbolo di un mistero o di un’ingiustizia.
Quella verità va cercata, sempre!
Ma perché, mentre si continua a scavare per anni, decenni, su due o tre vicende, viene spontaneo chiedersi:
e tutti gli altri?
Tutti gli altri bambini scomparsi.
Tutte le altre ragazze uccise.
Tutti gli altri uomini ammazzati.
Tutte le altre madri che aspettano una telefonata che non arriva più.
Tutti gli altri padri che guardano una porta sapendo che nessuno la aprirà.
Tutti gli altri fratelli, figli, nonni, famiglie intere che non hanno avuto né una prima serata, né un inviato sotto casa, né una trasmissione speciale.
Il dolore, quando tocca una casa, è sempre assoluto.
Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B.
Non esistono morti più degne di attenzione e altre meno degne di memoria.
Eppure il meccanismo mediatico, quasi senza vergogna, fa proprio questo:
sceglie.
Sceglie i casi che “tengono”.
Quelli che fanno ascolto.
Quelli che hanno un volto che buca lo schermo, un paese piccolo, un mistero irrisolto, una fotografia da mandare in onda cento volte, una zia, un vicino, un’ex amica, un avvocato, un dettaglio da stirare fino allo sfinimento.
E così il dolore smette di essere solo dolore
e diventa spettacolo.
E quando il dolore diventa spettacolo, qualcosa si rompe.
Perché a quel punto non si sta più solo cercando giustizia.
Si sta anche nutrendo una macchina che ha bisogno di suspense, attesa, colpi di scena, ricostruzioni, ipotesi, ritorni di fiamma, nuovi sospetti, nuove puntate.
Come se il male dovesse intrattenere.
Come se la tragedia dovesse “funzionare”.
Ed è lì che una persona ancora umana, ancora sensibile, ancora capace di indignarsi, sente un fastidio profondo.
Un fastidio morale.
Quasi fisico.
Perché nessuno sopporta l’idea che una vita possa valere di più soltanto perché è diventata più “televisiva”.
Forse la vera civiltà starebbe proprio qui:
non nel rincorrere sempre gli stessi casi come una serie a puntate,
ma nel ricordarci che ogni dolore merita rispetto,
anche quando non ha telecamere puntate addosso.
Perché una madre sconosciuta piange esattamente come una madre famosa.
E una vita dimenticata
resta una vita.
La verità più amara è questa:
il dolore non fa classifica, ma il mondo sì.
E forse dovremmo vergognarci un po’ tutti
ogni volta che ci abituiamo a questo.
Oramai per rispetto a chi non viene considerato dai media, quando propinano la stessa spettacolarizzazione di un fatto sentito e risentito da decenni, per rispetto a tutti gli altri non citati, giro canale, ma non perché non mi importi dei soliti, ma per solidarietà alle vittime invisibili, per i loro genitori, la loro famiglia, i loro amici.
Per tutti…una preghiera!
Amen.
S.S.C.


