Niente slogan da campagna elettorale, niente soluzioni facili: solo numeri, idee e qualche “questo si può fare, questo no”.
Eppure — o forse proprio per questo — la sala resta piena e attenta. Chi l’avrebbe detto.
Oh citti, ieri ad Arezzo non era la solita passerella da campagna elettorale, eh… era proprio aria diversa, di quelle che quando entri in sala lo senti subito: gente vera, mica figurine da social.
Al Caurum Hall s’è visto un bel pienone, ma soprattutto s’è sentito un certo fermento, come quando la città si ricorda di essere viva davvero e non solo una cartolina buona per i turisti.
Marcello Comanducci s’è presentato senza troppi fronzoli, niente promesse da venditore di pentole, ma roba concreta: dati, idee, e pure qualche “oh, questo si può fare e questo no”—che già di questi tempi è quasi rivoluzionario. E la gente, invece di storcere il naso, ha apprezzato. Oh, finalmente qualcuno che non racconta novelle.
E poi via, i commenti… un fiume.
C’era chi parlava di pragmatismo, chi di concretezza, chi addirittura s’è fatto due ore filate di presentazione senza guardare l’orologio—segno che qualcosa ha funzionato davvero.
Qualcuno l’ha pure ribattezzato “lo Steve Jobs aretino”… ora, magari piano con i paragoni, ma il senso s’è capito
La vicesindaca Lucia Tanti, con un bel “Buona la prima!”, ha fatto capire che la partita è appena iniziata ma il passo pare quello giusto.
E Antonella Di Tommaso, più ispirata, l’ha messa giù quasi filosofica: basta scenografie, serve visione. E un po’ c’ha ragione, perché Arezzo—tra etruschi, romani e compagnia bella—la storia ce l’ha già scritta nei muri. Ora tocca scrivere il resto senza fare finta.
Insomma, il succo è questo:
meno chiacchiere, più sostanza.
Meno teatrino, più città vera.
E la sensazione, a sentire la gente, è che stavolta non si cammini da soli.
Che poi, alla fine, è quello che fa davvero la differenza: andare avanti insieme, con i piedi per terra e la testa un po’ più in là.
Avanti tutta, ma senza raccontarsela troppo.


