Tra memoria, natura e silenzi alle pendici del Monte Lignano
Alla ricerca di erba asparagina, mi sono ritrovato immerso in un anfiteatro naturale di straordinaria bellezza, alle pendici del Monte Lignano, a 876 metri sul livello del mare. Un luogo che, nella mia immaginazione, era stato punto di riferimento della mia Hinn, la “donna dell’Olmo” di 50 mila anni fa, simbolo di un legame profondo tra uomo e natura.
Poco prima avevo attraversato ciò che un tempo era un piccolo accampamento fortificato sopra Sant’Andrea a Pigli: oggi restano solo poche case e una pieve segnata dal tempo. Proseguendo il cammino, mi sono trovato davanti al portone di Santa Maria a Pigli, edificio che, a mio avviso, risale al XII secolo, nel pieno dei fermenti religiosi legati all’epoca di Federico II.
All’epoca, il contesto politico toscano era frammentato in realtà autonome e ben definite. Tra queste spiccava Arezzo, che coniava la propria moneta, il “grosso”, simbolo di indipendenza e vitalità economica.
Da quella posizione dominante sulla Val di Chiana, protetto da una muraglia verde di vegetazione, lo sguardo si apriva su un paesaggio ampio e silenzioso. Ma accanto alla bellezza, emergevano anche i segni dell’abbandono: le rovine di una struttura un tempo viva, oggi segnata da decisioni e logiche burocratiche che sembrano aver trascurato il valore reale del luogo.
Quel prato, un tempo curato come un giardino tra olivi e castagni secolari, ospitava una struttura ricettiva con grandi vetrate, scenario di eventi e matrimoni. Oggi non resta più nulla di tutto questo. Rimane soltanto la pieve, con la canonica accanto, avvolta da un glicine magnifico, sospesa in un’attesa silenziosa.
Il contrasto è forte. La memoria restituisce immagini di vita e bellezza di appena sei anni fa, mentre il presente racconta un luogo fermo, quasi dimenticato. Un angolo di Toscana che conserva ancora il suo fascino, ma che sembra aspettare qualcuno capace di ridargli voce e futuro.


