Agli Internazionali di Roma ormai manca solo “Cavalinho”. (noto anche con il coro “Vai Cavallino, vai!”) con “L’Orchestrina Amaranto” e poi Arezzo avrà colonizzato anche il Foro Italico.
Durante la partita tra Jannik Sinner e Andrea Pellegrino, in mezzo a cori, urli e cartelloni improbabili, è comparso lui: lo striscione che ogni tifoso amaranto aspettava senza sapere di aspettarlo.
“Arezzo in B, Sinner win”.
Una frase semplice, diretta, commovente quasi. Perché il vero tifoso aretino nel 2026 ha un solo stato d’animo: ricordare al mondo che l’Arezzo è tornato in Serie B. Sempre. Ovunque. Comunque.
Se vai a vedere il tennis lo scrivi sul cartello.
Se vai a un matrimonio lo dici agli invitati.
Se ti fermano i carabinieri probabilmente lo comunichi anche nel verbale.
E infatti mentre il Centrale applaudiva Sinner, il cuore amaranto stava già giocando un’altra partita: quella contro anni di trasferte a Piancastagnaio, campi storti e pareggi sotto la pioggia di febbraio.
Altro che “Sinner core de Roma”.
Qui il messaggio vero era uno solo:
“Ragazzi, noi s’è tornati in B. E va detto anche durante un Masters 1000.”
Il bello è che nessuno si è scandalizzato. Anzi. Ormai il tifoso amaranto è visto come una figura folkloristica nazionale: uno che riesce a infilare l’Arezzo in qualunque conversazione, pure tra un ace e un tie-break.
E in fondo c’è qualcosa di poetico.
Sinner vola ai quarti.
L’Arezzo vola in B.
E il tifoso amaranto, dopo anni di sofferenza, vola direttamente nell’iperspazio.


