AREZZO – Evidentemente le panchine “anti-clochard” dei giardini Porcinai stanno vivendo la stessa parabola delle zone 30: dovevano rivoluzionare il mondo, invece hanno rivoluzionato soprattutto Facebook.
Già lo scorso 7 aprile la scena era diventata simbolica: ore 9 del mattino, pieno giorno, una delle nuove sedute “dissuasive” occupata da un uomo comodamente sdraiato sopra. Fine del dibattito urbanistico in una sola immagine.
“Progetto zero, realtà uno”, avevamo scritto. E a distanza di settimane la situazione pare evolversi esattamente come previsto: nuove foto, nuove polemiche e soprattutto nuovi esperti mondiali di arredo urbano comparsi nei commenti social.
L’ultimo post gira attorno a una constatazione semplice ma devastante: “Dice che non sono belle e neanche comode”.
Una frase che ormai vale come recensione TripAdvisor delle panchine del Porcinai.
Sotto, naturalmente, si è aperto il solito congresso permanente dell’internet aretino. C’è chi parla di “ritorno al bivacco”, chi invoca controlli, pattuglie e ordine pubblico, e chi invece ricorda che forse il problema non è la curvatura ergonomica della panchina ma il fatto che certa gente una casa non ce l’ha proprio.
Qualcuno propone addirittura “le scosse elettriche appena bivaccavano”, soluzione che probabilmente renderebbe i giardini Porcinai il primo luna park distopico della Toscana.
Altri invece fanno notare un dettaglio quasi rivoluzionario: una panchina pubblica viene usata per sedersi, sdraiarsi o riposarsi. Scioccante.
Nel frattempo i commenti oscillano tra sociologia urbana e assemblea condominiale:
“Portateli nei vostri salotti”, “Sono persone disagiate”, “A Milano è peggio”, “Che palle con queste panchine”, “Fatevi una vita”.
In pratica Arezzo è riuscita nell’impresa di trasformare un pezzo di ferro con due assi in legno nel tema politico più discusso dopo parcheggi, rotatorie e cinghiali.
E così, mentre la città continua a interrogarsi sulla comodità delle sedute pubbliche, ai giardini Porcinai la realtà continua serenamente a fare il proprio lavoro: ignorare i rendering.


